Si arroventa malgrado le feste l’opposizione alle scelte dell’università di Perugia, che, se non giungono alla cancellazione, ipotecano gravemente la sorte del polo ternano. Proprio tre giorni prima di Natale il consiglio comunale di Terni ha approvato all’unanimità un atto di indirizzo che chiede, tra l’altro, un’apposita riunione dell’assemblea di Palazzo Spada sui problemi del Polo Universitario Ternano. Nei giorni precedenti il consigliere regionale del Pd Eros Brega e il prorettore Pietro Burrascano si erano esposti con una vigorosa protesta. Brega ha fatto anche autocritica (merce davvero rara!) sui progetti e le speranze di nuovo sviluppo della città, sul terreno dell’odierna economia immateriale: università e ricerca, appunto, produzione multimediale e terziario avanzato in generale. Progetti e speranze affidati in modo ingenuo e anche un po’ cialtronesco a personaggi – come gli Agarini, padre e figlio, ma non soltanto loro – che hanno sempre avuto un rapporto parassitario con la città.
Non era mancata la voce di Enrico Melasecche, sorvegliante infaticabile e spina nel fianco delle amministrazioni di centro-sinistra. Aveva perfino elaborato un dettagliato piano per mettere insieme le risorse necessarie alla sopravvivenza dell’università a Terni, dopo e malgrado la pugnalata alla schiena di Perugia. Ora si fa avanti Giuseppe Rogari, presidente dell’associazione Astrolabio di Collescipoli, giustamente preoccupato da una brutale inversione della rinascita del bel paesino, avvenuta proprio in virtù dell’arrivo della facoltà di Economia. E fa eco a Melasecche, ricordando l’investimento di milioni per accoglierla degnamente, recuperando edifici storici di prestigio come palazzo Catucci e il chiostro di Santa Cecilia.
Sono poi scesi in campo il consigliere comunale del Pd, Marco Vinciarelli, quello della circoscrizione Sud di Sinistra e Libertà, Luca Levantesi, il consigliere provinciale del Pdl Gabriella Caronna, il consigliere regionale del Pdl Alfredo De Sio, che se la prende con l’immobilismo del recente passato, per cui si sono lasciati marcire i problemi. Ha detto la sua anche Gianfranco Lamperini, presidente del Cesvol. Anch’egli fa autocritica su «errori e scelte di sedi molto dispendiose».
Si può dire che tutto il tessuto politico e associativo di Terni sia in fibrillazione: in agenda non c’è una questione tra le tante, ma l’uscita senza ossa rotte dall’economia monoculturale, fondata sulla grande industria, metalmeccanica e chimica, e su un indotto da questa strettamente dipendente, e l’ingresso o no nell’economia della conoscenza. Problema sul quale si sono arrovellate trent’anni le istituzioni locali e le organizzazioni politiche e sindacali, di ogni colore. Si è correttamente messo a tema il ruolo dinamizzante che l’università poteva avere su un’economia abbarbicata intorno a ciò che resta delle Acciaierie e sul sistema, statico e chiuso in se stesso, delle piccole imprese. Si sono disegnati con cura gli snodi di tale progetto: rafforzare il raccordo tra l’università e il mondo del lavoro, partendo da un’adeguata rilevazione del fabbisogno formativo delle amministrazioni locali, delle imprese e delle organizzazioni del Terzo settore; poi contribuire, mediante opportune strutture di collegamento tra l’università e il territorio, al trasferimento tecnologico della conoscenza prodotta dalla ricerca scientifica, favorendo l’attività di brevettazione e supportando le relazioni partenariali volte allo sviluppo degli agognati distretti tecnologici, dei centri di competenza, dei progetti congiunti con le imprese.
Bisogna riconoscere che è stata una riflessione di avanguardia, se consideriamo che in Italia la ricerca, l’università e la conoscenza sono considerate con stupefacente miopia voci di spesa (su cui risparmiare), e non investimenti. Sicché la nostra spesa in ricerca e sviluppo è ormai la più bassa tra i paesi di area euro, superata anche dalla Spagna, che nel corso degli ultimi anni ha rafforzato la componente ricerca nella voce investimenti. Anche la Cina ha superato l’Italia nella spesa in ricerca e sviluppo già nel 2007, sviluppando una competizione internazionale che sempre meno si fonda sul dumping sociale e sui bassi salari. Ora la Cina compete con l’Italia nei beni a medio contenuto tecnologico. Dunque l’inerzia delle imprese è un problema non soltanto a Terni. Non si capisce peraltro come uscire dalla crisi senza uno straccio di politiche di stimolo – e qui sono latitanti sia governo che Confindustria. Evidentemente lorsignori sperano di continuare a competere attraverso un’ulteriore compressione dei salari e dei diritti dei lavoratori e una flessibilità ancora più spinta. Ma con tali strumenti ci sarà sempre partita persa (anzi, non si gioca e purtroppo non si giocherà alcuna partita) rispetto alle più sgangherate delle economie emergenti.
Tornando a noi, quel patrimonio di elaborazione, nonché i milioni investiti, rischia di essere stracciato come un sogno, lasciando questo territorio nella disperazione e nell’assenza di futuro. Con tutte le relative conseguenze di povertà e degrado sociale, mentre il 90% dei giovani laureati continua ad emigrare alla ricerca di lavoro.
Enrico Cardinali

