Si apre in Italia un nuovo scenario. Era inevitabile? Gli scontri durissimi a Rosarno tra bianchi e neri non è un episodio isolato. Si ha il timore che si tratti dell’apertura della pagina più buis della storia contemporanea italiana. La guerra è scoppiata con tutta la sua virulenza nel luogo piu’ illegale dell’Italia. Le cause? Sono sotto gli occhi di tutti. In primo luogo il perdurare in Italia di un doppio Stato. Quello “ufficiale”, istituzionale. legalista e quello mafioso, con le sue leggi, i suoi territori (sempre più vasti e controllati, i suoi “cittadini”. E’ in questo contesto che a Rosario è scoppiata per la prima volta in Italia la guerra tra bianchi e neri, un qualcosa che sembrava appartenere ad altri mondi, ad altre epoche. E mentre sfacciatamente la n’dragheta si “consente” di inviare un messaggio d’avvertimento bombarolo alla Procura di Reggio Calabria, gli “schiavi” neri sfruttati dal caporalato mafioso, trattati come bestie, appena scocca una scintilla, reagiscono da bestie, devastando un paese che fino a poche ore prima, a sentire le testimonianze degli abitanti, ha fatto del tutto per accoglierli, ricaricandogli gratuitamente anche i telefonini. Poi è scoppiato il finimondo. Bene “Blitz” ha ricostruito le scene di un film quasi surreale:”migliaia di “neri” vengono fatti lavorare nelle campagne. Venti euro al giorno, di cui cinque vanno agli arruolatori. “Orario” di lavoro: dall’alba al tramonto. Di giorno i “neri” sono bestie da lavoro sopportati, di notte devono sparire. Rintanarsi in alloggi fatiscenti che le stesse autorità definiscono “gironi danteschi”. Gli agricoltori della zona dicono che lavoratori regolari non ne possono pagare e che quindi l’unico lavoro possibile è quello nero per i neri. Dicono che c’è “la crisi dell’agricoltura”. E’ una teorizzazione, forse inconsapevole ma di certo esplicita, del lavoro schiavile.Seconda scena: con i “neri” ci si guadagnano soldi. In Calabria qualunque attività dove si guadagnano soldi è controllata o “osservata” dalla criminalità organizzata. I “neri” sono sotto la doppia pressione dei “padroni” e dei boss. Sopportano gli uni e gli altri. Si aggiunge un razzismo endemico, spontaneo, quotidiano e “naturale”. Se e quando i “neri” escono dal circuito campo-tana, la gente del posto li evita e talvolta si diverte a ricordare loro che sono umanità di serie inferiore. Fino a che un giorno qualcuno prende un fucile ad aria compressa e spara al “nero”. Mica per ucciderlo, ma per tenerlo al “suo posto”. Terza scena: i “neri” si ribellano. Con rabbia violenta: sfasciano, minacciano, invadono. Aggrediscono anche una donna incinta, una troupe televisiva del Tg2. Quel che succede nelle banlieu parigine, quel che succedeva nei ghetti delle metropoli americane, quel che pensavamo, chissà perchè, da noi in Italia non potesse mai succedere. I “neri” fanno male e fanno paura. Commettono reati ma soprattutto “occupano” la terra, le strade, lo spazio dei bianchi.Quarta scena: i bianchi reagiscono, centinaia di giovani calabresi, parole loro, danno “la caccia all’africano per difendere le nostre case”. Negozi e scuole chiuse. Qualcuno spara stavolta non a salve. La polizia cerca a fatica di impedire lo scontro di piazza tra neri e bianchi. Quinta scena: il governo capisce cosa sta succedendo. Affida l’emergenza ad una “task force” che comprende uomini del Viminale, del ministero del Welfare , della Regione Calabria. Perchè, parole ufficiali, l’emergenza è insieme di “ordine pubblico, lavoro neo e assistenza sanitaria”. Capisce, ma lavora, come dice il commissario prefettizio Domenico Bagnato, in una “situazione grave e pesante”. Quanto grave e pesante? Il corteo dei “neri” va sotto la sede del Comune, ma il Comune non c’è, è sciolto per infiltrazioni mafiose. Le ronde di autodifesa dei bianchi accerchiano il corteo dei neri, gridano: “Andatevene in Africa”. La “Rivolta di Rosarno”, un film dove sono tutti cattivi e incattiviti: i “neri”, i bianchi, la gente, gli agricoltori ci dice quel che in fondo avremmo dovuto già sapere. Quel che è sempre accaduto, sempre e ovunque. ……” Il Ministro dell’Interno Maroni dice che c’è stata troppa tolleranza nei confronti dei clandestini. Il Vaticano ribatte che invece non c’e’ accoglienza, integrazione, comprensione. Ma si susseguono le scene anche di un altro film, visto e rivisto: si arrestano i mafiosi, si fanno i processi: in prima istanza giù legnata e in appello’ “inesorabilmente” le sentenze vengono ribaldate, o fortemente affievolite. Uno stato nello Stato e così via, di generazione in generazione in barba ai Della Chiesa, ai Borsellino e Falcone e a tutti gli eroi di un “Trans-atlantico” sempre più alla deriva, come questa povera patria.
Giancarlo Padula


