Risse a Terni in discoteca/ COSA C’E’ DIETRO LA VIOLENZA DEI GIOVANI

24 gennaio 2010
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bulli 250x187 Risse a Terni in discoteca/ COSA CE DIETRO LA VIOLENZA DEI GIOVANI

I media raccontano ogni giorno prepotenze, furti, molestie, stupri, di cui si rendono protagonisti ragazzi all’apparenza “normali”. Serpeggia tra i nostri giovani una carica di violenza spesso alimentata dall’abuso di alcol e, peggio ancora, dal consumo di droghe più o meno pesanti. Questa fenomenologia è partita dagli Stati Uniti negli anni ’70 e sta dilagando in tutto l’occidente. Secondo un’indagine promossa dal Consiglio Europeo e condotta su adolescenti dei 27 Paesi dell’Unione, nel 2008 la maglia nera spetta alla Gran Bretagna. Il 48% dei giovani britannici ammette infatti di essere stato coinvolto, da protagonista o da spettatore, in episodi di violenza perpetrata da coetanei, mentre l’Italia, con il 33%, si colloca poco al di sopra della media europea del 32%.
Tuttavia in Italia, finora, non c’è stata un’evoluzione in direzione di forme più strutturate come le gang, che hanno una ben precisa fisionomia organizzativa, compartimentata, con riti di iniziazione, affiliati stabili, e spesso la difficoltà di uscirne una volta entrati. Soltanto alcune comunità etniche, in buona sostanza la peruviana, l’equadoregna e la cinese, nel nord Italia, le hanno sviluppate. Si tratta di figli di migranti, in regola con il permesso di soggiorno, ma, in qualche modo, collocati in un’area di emarginazione, che si scontrano tra loro per il controllo del territorio metropolitano e mettono in campo comportamenti extralegali simili a quelli manifestati nel paese d’origine: spaccio di stupefacenti, aggressioni e via di questo passo. In particolare, le gang di giovani cinesi ricalcano esattamente quelle di Pechino e Shanghai. Bisogna dire che queste gang non investono la popolazione italiana.
I ragazzi italiani, soprattutto, ma non soltanto, al nord, arrivano al massimo al bullismo: fenomeno trasversale, episodico e spontaneo, che invece investe la popolazione, sia nei quartieri periferici che in quelli agiati. Sorge nelle scuole, nei quartieri, nelle tifoserie calcistiche e così via, generando atti vandalici, lesioni, percosse sui più deboli, nella logica del branco, che ha la funzione di punto di riferimento forte in un tessuto sociale ormai devastato, con legami familiari spezzati o depotenziati, e connotato dalla pressoché completa distruzione dei vecchi valori. Il branco è fondamentale come istanza di conferma e protezione degli illegalismi e delle violenze, capace di imporre una cultura dell’omertà, che ne impedisce la segnalazione alle famiglie, all’autorità scolastica e alle forze dell’ordine, se non in casi estremi e tragici.
La violenza giovanile nasce anche da modelli di vita proposti dai media e dalla pubblicità, dove sei figo se sei bello e dannato, e non devi chiedere mai, ma prendi quello che ti va. Talvolta può essere semplicemente dovuta alla noia e ad un generico desiderio di trasgressione.
Una società sana ridurrebbe il tempo di lavoro e di assenza da casa dei genitori. Ad esempio: ai genitori con figli minori di 18 anni, un’ora di lavoro in meno al giorno, e qualora sia possibile, il diritto ad una sede di lavoro più vicina a casa o al lavoro da casa. Si organizzerebbe, inoltre, per creare in tutte le scuole pubbliche la figura di un docente, o di uno psicologo, che possa informalmente essere contattato da giovani e genitori in qualsiasi momento, e al di fuori delle normali relazioni scolastiche, che vigili e tuteli sul rapporto tra studenti, e anche tra studenti e docenti, e anche sulle violenze psicologiche e sull’emarginazione dei meno dotati intellettualmente e fisicamente.
Sicuramente illusoria e fuorviante è invece la scelta securitaria e criminalizzante, operata da diverse questure ed amministrazioni comunali, del nord e del Mezzogiorno, che stanno facendo crescere notevolmente, ad esempio, la quota di minori non imputabili (sotto i 14 anni) denunciati.
A fronte di un fenomeno tanto complesso e sfaccettato, la psicologia ha ovviamente molto da dire. In primo luogo, ricorda che i modelli familiari ai quali i bambini sono legati e gli episodi che si verificano nella fase della crescita, segnano e definiscono il loro carattere. La famiglia rappresenta infatti il primo fondamento sul quale si costruisce la personalità del bambino.
Se in famiglia si assiste ad episodi di violenza, alcuni adolescenti tenderanno ad avere a loro volta un comportamento violento nei confronti degli altri per un senso di rivalsa.  Oppure, nel caso di bambini più sensibili, questo fatto può portare ad un aumento della fragilità e una conseguente  chiusura interiore.
D’altra parte, una tolleranza forse eccessiva da parte dei genitori e degli insegnanti di oggi hanno contribuito ad un progressivo abbandono delle regole e della disciplina.
Un altro aspetto da considerare è inoltre l’esistenza attuale di un ambiente scolastico meno omogeneo, dovuto alla presenza nelle classi di più comunità differenti tra loro, appartenenti a paesi e culture diverse, che devono trovare un equilibrio per una pacifica convivenza.
All’origine dei comportamenti violenti c’è l’aggressività, un aspetto della natura umana legata all’istinto di sopravvivenza. Ma l’aggressività non deve essere vista sempre in senso negativo: questa forza istintiva, infatti, a seconda dei casi, può assumere diversi significati: può trasformarsi in grinta, determinazione, creatività, oppure in rabbia, sfogo fisico e verbale.
Il bullismo non è altro che una forma di tormento, fisico o psicologico, dove viene preso di mira sempre lo stesso soggetto. Il bullo si sente gratificato nel vincere sul più debole, e in alcuni casi è la stessa vittima a provocare il bullo, oppure si tratta, a volte, di vittime consenzienti, che subiscono questo comportamento pur di essere accettate dal gruppo. Per prevenire la violenza sarebbe necessaria una corretta educazione da parte dei genitori, che non sia esclusivamente associata alla rigidità e all’autorità, ma costituisca una sorta di educazione sentimentale, che dovrebbe iniziare a partire dai 2 – 3 anni di età. In questa fase, quando i bambini non hanno ancora idea delle proprie emozioni, è fondamentale l’aiuto degli adulti, che, dando un nome a ciascuna emozione, permettono ai bambini di riconoscerle. Successivamente, si dovrebbe dare un suggerimento per sconfiggere le emozioni negative. Il bambino deve sentirsi sempre ascoltato e compreso dall’adulto, e non deve essere colpevolizzato quando manifesta sentimenti negativi quali la paura, la gelosia, la rabbia.
Molto importante, sia nell’ambiente scolastico che in quello familiare, è il gioco, attraverso il quale i ragazzi sviluppano il proprio coraggio, sperimentando sulla propria pelle le emozioni, necessarie poi alla vita adulta. E proprio pensando al gioco, indispensabile per la crescita, ci si rende conto dei profondi cambiamenti nell’ambiente moderno. La mancanza di spazio e di verde e la vita frenetica degli adulti portano i più piccoli a rimanere rinchiusi tra le mura domestiche, davanti agli schermi televisivi, videogame, internet e così via. La continua esposizione ai media, spesso veicoli di messaggi negativi quali la violenza, gli abusi, l’indifferenza, e l’eccessiva stimolazione alla quale sono costantemente sottoposti i più piccoli, alimenta una logica sbagliata che si basa sul volere tutto e subito, a tutti i costi e con qualunque mezzo.
I genitori confondono spesso l’intelligenza del bambino con la sua maturità, dimenticando che i bambini imparano per “assorbimento”, e non sviluppano il senso critico se non con le esperienze di vita. Per questo, non bisogna mai lasciare i bambini soli a se stessi, seguendo l’errata convinzione che si possano educare da soli.
Particolarmente delicata è la fase dell’adolescenza, in cui i ragazzi devono essere sempre controllati, per evitare che cerchino punti di riferimento e sicurezza all’esterno dell’ambiente familiare, identificandosi in piccole bande, sette e branchi.
Il controllo da parte degli adulti deve essere quindi costante, senza trasformarsi però in ansia ed eccessiva protezione, atteggiamenti che potrebbero portare i figli a non voler assumersi le proprie responsabilità nella vita adulta, rimanendo sempre in uno stato di dipendenza dagli altri.
In questo articolo abbondano i condizionali, perché la nostra società è lontanissima dalla capacità di battere le vie giuste per contrastare la violenza giovanile, essendo essa stessa satura di violenza, non solo nelle relazioni intersoggettive, ma anche, e soprattutto, nella struttura economico-sociale, dove regna l’iper-sfruttamento, e nella guerra permanente per le risorse energetiche.
Peraltro sono 300.000 i bambini di 8, 10, 14 anni, arruolati in 35 eserciti e gruppi armati nei quattro continenti, che combattono con la crudeltà innocente, la spietatezza e la temerarietà di cui sono capaci. Nella maggior parte dei casi, sono drogati dai soldati che li hanno sottratti alle loro famiglie, con la violenza e talvolta con le lusinghe o le minacce. In questo esercito di baby militari vi sono bambini anche di quattro anni, armati non di pistole e fucili giocattolo, ma di veri kalashnikov e vere bombe a mano. Vengono addestrati a uccidere, a torturare, a massacrare con coltelli e robusti bastoni.
Il continente più interessato è l’Africa, dove si concentrano almeno 120.000 bambini soldato, prevalentemente in Sierra Leone, Angola, Burundi, Somalia, Sudan, Congo ed Uganda, usati in conflitti apparentemente di natura interetnica, ma in realtà legati alla guerra economica combattuta a distanza tra le potenze occidentali.
Queste ultime note non sono volte a banalizzare e sottovalutare la violenza giovanile, il bullismo e le gang, ma a ristabilire il senso delle proporzioni e a fare chiarezza sulle cause strutturali del problema.
 
Enrico Cardinali
 
 

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