Malasanità a Terni/PROTESTANO CONTRO I DIRIGENTI GLI UTENTI DEL SERVIZIO DI RIABILITAZIONE. SULLE STAMINALI DEL CORDONE OMBELICALE OMERTA’ ASSOLUTA, TUTTI SI DEFILANO, APPUNTAMENTO CON TERNI MAGAZINE N.9

27 marzo 2010
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PISCINA riabilitazione1 250x187 Malasanità a Terni/PROTESTANO CONTRO I DIRIGENTI GLI UTENTI DEL SERVIZIO DI RIABILITAZIONE. SULLE STAMINALI DEL CORDONE OMBELICALE OMERTA ASSOLUTA, TUTTI SI DEFILANO, APPUNTAMENTO CON TERNI MAGAZINE N.9La totale mancanza di programmazione e di coinvolgimento dei cittadini nella sanità ternana continua a generare malintesi, conflitti e proteste, come quella di ieri dei pazienti del servizio di riabilitazione del Santa Maria contro lo smantellamento della palazzina di neurofisiopatologia e riabilitazione. L’edificio è proprio a fianco della Facoltà di Medicina e deve lasciar posto a un asilo nido interaziendale. Il trasferimento della riabilitazione al quarto piano rientra nel progetto di ristrutturazione dell’ospedale. Ma tutti quelli - infartuati, donne mastectomizzate, persone colpite da ictus o che hanno subito gravi incidenti - che (bisogna riconoscerlo) hanno tratto beneficio dalle prestazioni lì erogate, non ci stanno e hanno addirittura chiesto aiuto al Prefetto, che è subito riuscito a concordare un incontro tra la direzione dell’Azienda ospedaliera ed i pazienti lunedì 29. Temono di dover rinunciare a un servizio efficiente, in cui lavorano sedici terapisti, due mastofisoterapisti, due fisiatri, due istruttori in acqua e due psicologi. La palazzina è infatti dotata di una piscina per la ginnastica in acqua, di due macchine per la magnetoterapia, un laser, una macchina a ultrasuoni, e una per l’elettroterapia. Il tutto funziona molto bene, anche se con fatica, perché il personale è insufficiente. Gli hanno prospettato la piscina di Viale Trieste, ma è molto comprensibile la diffidenza dei malati in tempi di sgretolamento della sanità pubblica. Abbandonare una struttura che è stata un importante punto di riferimento per molti anni, da quando venne progettata dal neurologo Alberto Freddi, viene percepito come un salto nel buio, anche perché, come ammette il direttore del Santa Maria Gianni Giovannini, il servizio ricollocato al quarto piano curerà soltanto i pazienti più gravi, come peraltro prescrive la legge, che demanda la cura delle cronicità alla medicina territoriale, e dunque all’Asl. Da questo punto di vista ci sarebbe effettivamente un passo indietro. D’altra parte il nido interaziendale per ottanta bambini è a sua volta un servizio necessario, come lodevole è la decisione di realizzarlo, con il concorso di ThyssenKrupp, che costruisce, e Regione, che ci investe 220 mila euro. Questa volta non siamo di fronte ad una situazione di malasanità, ma di carente pianificazione e completa mancanza di comunicazione istituzionale e partecipazione, per cui accade che si progetta di ristrutturare di sana pianta il reparto di cardiochirurgia senza sentire l’opinione del primario (grana scoppiata ieri l’altro), oppure si procede ad un riassetto del servizio di riabilitazione, razionalizzandolo e distribuendo più correttamente le competenze di Azienda ospedaliera e Asl, e gli utenti si infuriano paventandone la chiusura, si esternalizzano, contro la volontà dei sindacati e dei lavoratori, una serie di attività, permettendo alle cooperative sociali di trasformarsi in imperi, ma poi le si lascia senza stipendi, e ancora, storia di appena tre giorni fa, si decurta improvvisamente l’assistenza ai disabili, lasciando nei guai centinaia di famiglie in tutto il territorio provinciale. Fino agli anni ’90 le allora Usl erano gestite dai politici, con tutti i risvolti clientelari immaginabili (che però l’aziendalizzazione non ha certo cancellato). Se ne poteva dire – e infatti si diceva – il peggio, ma almeno erano figure con il senso della mediazione e del confronto con le popolazioni. Oggi questi manager superpagati sono bravi soltanto a sforbiciare i bilanci (quanto più riescono a farlo, tanto maggiori sono i premi che si aggiungono alle già laute prebende), ma non hanno uno straccio di capacità programmatorie e gestionali. In questo scenario, i dirigenti della sanità regionale più seri ed onesti si sono dimessi, rifiutando di firmare piani colmi di tagli e ridimensionamenti dell’assistenza. Da quelli che sono restati, probabilmente, è vano attendersi condotte rigorose e attente al bene comune.

E. C.

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