D’ALEMA CORRODE

luglio 29, 2009
By Giancarlo Padula

 Qui si spiega perché l’ex premier è il miglior disgregatore politico Ma stavolta a rischiare è l’Italia

Pier Luigi Bersani non ha torto a dire che lui è lui, e D’Alema è D’Alema. L’appoggio di prodiani di destra come Enrico Letta e di sinistra come Rosy Bindi conferisce alla sua piattaforma per la leadership del Pd caratteristiche diverse dal dalemismo classico. Però quando uno carica un elefante su una barca, si stenta a credere che non sarà condizionato. Non provo disprezzo per Massimo D’Alema, che invece trovo sia l’unico primorepubblicano rimasto primarepubblicano che abbia credibilità. Al di là dei primorepubblicani diventati secondorepubblicani a destra come a sinistra, in tante occasioni con dignità, vi sono politici convinti che il sistema proporzionale del passato, i partiti come quelli di un tempo siano l’obiettivo da perseguire anche oggi. Tra chi sostiene questa tesi vi sono molti ex politici non privi di decoro. Abbondano però, soprattutto tra chi è in servizio permanente effettivo, i ruderi, gli spaesati, fuori dal senso comune: per esempio una persona di qualità come Bruno Tabacci. E non mancano le macchiette, che dondolano tra Prima e Seconda repubblica. La più tipica: Marco Follini. D’Alema è un caso diverso, non solo un certo orgoglio per il passato lo vive con seria riflessione culturale, ma è ancora politicamente “pericoloso”: il che vuol essere un complimento. Però la capacità dalemiana tende a essere disgregatoria, incapace di costruire il nuovo. D’altra parte è la cifra della sua esperienza politica. Finita la Fgci e la direzione del Pci pugliese (Massimo utilizzò quest’ultima esperienza meglio di Alfredo Reichlin che costruì da segretario regionale un club di filosofi, l’ex segretario della Fgci mise insieme invece anche una rete di banchieri, costruttori, imprenditori che ha retto negli anni), il suo impegno ai vertici all’inizio degli anni Ottanta fu quello di colpire la “destra” del partito (Giorgio Napolitano, Luciano Lama, Gerardo Chiaromonte, Gianni Cernetti) in modo più sistematico degli altri Berlinguer’s boys, come Piero Fassino e Walter Veltroni pur impegnati in questo compito. Nel momento decisivo poi del post Berlinguer, invece di rivendicare un ricambio generazionale che lo avrebbe visto in pole position, si adeguò alla delirante scelta di Aldo Tortorella grande king maker impossibilitato dalla sua fragilità politica a dirigere il partito, e dunque con cinismo un po’ stralunato pronto a vendicarsi facendo nominare quel ridicolo demagogo di Achille Occhetto segretario nazionale. D’Alema oltre alla paura dello scontro interno, fu frenato dalla convinzione che Occhetto si sarebbe suicidato da solo, mandando allo sbaraglio gli ingraiani e aprendo la strada a un “giovane” successore. Il che puntualmente avvenne ma a prezzo di una profonda devastazione dell’organizzazione già togliattiana. Aspettando l’autodistruzione di Occhetto, D’Alema intanto incominciò a lavorare per colpire Bettino Craxi. Nel 1993 sottraendo il Pci dall’appoggio al governo “d’emergenza” Ciampi, l’ex segretario della Fgci unì le due manovre logorando Occhetto che fu bloccato nelle sue possibilità d’iniziativa al centro e costruendo lo schieramento politico che servì a coprire l’azione di Mani pulite. Il tutto con il suo solito stile: alimentando i malumori nostalgici dopo la svolta della Bolognina, dandosi in pubblico le arie del garantista ma essendo (anche contro Occhetto) il vero punto di riferimento di Luciano Violante. Divenuto segretario, passò al lavoro per distruggere Silvio Berlusconi, incurante di qualsiasi prospettiva di consolidamento della democrazia italiana, utilizzò la propensione all’intrigo di Oscar Luigi Scalfaro, i malumori di Umberto Bossi, l’incapacità politica di Rocco Buttiglione per cucinare il ribaltone. Si inventò poi, con Beniamino Andreatta, la candidatura di Romano Prodi per bloccare qualsiasi più solido movimento all’interno dell’ex Dc. Appena eletto Prodi iniziò a lavorare per distruggerlo d’intesa con Armando Cossutta e Francesco Cossiga, riuscendovi nel 2008 e arrischiandosi, spinto da consiglieri particolarmente modernizzanti (che poi appunto lo lasceranno: da Claudio Velardi a Fabrizio Rondolino a Nicola Rossi), a fare il premier. Come sempre fu perfetto nella pars destruens ma incapace nella pars costruens: non trovò un accordo di sistema con Berlusconi, fece rovinare il Pds da Veltroni, litigò senza risultati con Sergio Cofferati. Insomma il suo regno non lasciò segno. Nel frattempo si era fatto troppi nemici: Prodi gli diede una stangata sui denti sul caso Bnl-Unipol, Veltroni usò Nanni Moretti per logorarlo, Cofferati gli schierò contro la Cgil. Molto indebolito, D’Alema non fu in grado nel 2006 di fare la giusta scelta di stabilizzazione che sarebbe stata un governo di unità nazionale, assistette (fremente) all’ascesa di Veltroni a leader del Pd invece di contrastarlo come voleva fare giustamente Bersani. Ora è lì che fantastica di utilizzare Bossi, Giulio Tremonti e Gianfranco Fini per destabilizzare Berlusconi. Vuole un accordo neo proporzionalista con Pier Ferdinando Casini che diventerebbe il nuovo Prodi (Casini chiama questa scelta “Cln” mentre il termine tecnico è “fronte popolare”). Ha in ballo mille manovre per frantumare la sinistra radicale. Così a occhio è assai improbabile che i suoi piani si realizzino. Non impossibile. Perché D’Alema è il miglior disgregatore (frutto di un’antica scuola che aveva però, almeno, la giustificazione di voler fare la rivoluzione) in circolazione. Questa volta potrebbe addirittura riuscire a disgregare la Repubblica italiana, dandole non uno ma due destini: uno ceco e uno slovacco.                                              (Lodovico Festa . Il Foglio)dalema_vela[1]

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