540 POSTI DI LAVORO IN MENO IN PROVINCIA DI TERNI NEL 2009

6 agosto 2009
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industria21 250x166 540 POSTI DI LAVORO IN MENO IN PROVINCIA DI TERNI NEL 2009La crisi pesa su Terni, anche dal punto di vista occupazionale. Ma la nostra provincia tiene ancora rispetto al sistema Italia. La notizia emerge da una lettura dei dati sul lavoro di Excelsior 2009, indagine di Unioncamere.
“La provincia di Terni mostrava segni di debolezza, nella statistica ufficiale, già prima dello scoppio della crisi, nel corso del 2008.- questo è il primo dato che emerge secondo Enrico Cipiccia, presidente della Camera di commercio di Terni – I dati 2008 rapportati al 2007 indicavano già un rallentamento dei saldi occupazionali: soltanto +0,8 rispetto ad un +1% dell’Italia quando per anni il sistema Terni aveva avuto valori significativamente superiori alla media nazionale”.
La situazione si è poi aggravata con l’inizio del 2009: “I dati di Excelsior 2009 – continua Cipiccia – mostrano per la prima volta da cinque anni a questa parte un dato complessivo negativo di 540 unità nel saldo tra assunzioni e cessazioni. Vi sono però alcuni settori che tengono come il comparto dei servizi alle persone e alle imprese e soprattutto c’è il segnale di speranza della miriade di piccole imprese, quelle con un numero di dipendenti inferiore a 10, che sono le uniche a prevedere più assunzioni che cessazioni”.
Nel 2009 le assunzioni programmate dalle imprese della provincia nei settori dell’industria, delle costruzioni e dei servizi, sono complessivamente 2.090 mentre il numero delle uscite previste dal mercato del lavoro è di 2.630. Il saldo occupazionale che ne consegue pari a -540 unità, risulta ancor più negativo se confrontato con quello degli ultimi tre anni in cui lo stesso valore era di + 350 unità nel 2008, +170 unità del 2007 e +450 unità del 2006.
In termini percentuali, il tasso di variazione previsto nel 2009 rispetto allo scorso anno è negativo (-1,4%). Lo stesso valore nel 2008 era pari a +0,9% mentre nel 2007 si attestava sul +0,4%.
In ogni caso, il tasso di variazione occupazione in provincia di Terni (-1,4%), seppur negativo, raggiunge dei valori inferiori rispetto a quelli della media regionale (-1,9%), Centro Italia (-2,1%) e Italia (-1,9%).
L’analisi settoriale evidenzia una crescita occupazionale esclusivamente nel settore degli altri servizi alle persone e alle imprese del +1,1%. Mentre la variazione occupazionale nel settore dell’industria risulta di segno negativo -2,2%. Più in particolare, l’industria del tessile-abbigliamento, alimentare e legno-carta ha fatto registrare la performance più negativa con un -4%, mentre lo stesso valore relativo all’industria dei metalli, chimica e altre industrie è risultato pari a -2,5%. Il settore delle costruzioni con un valore di -0,5% di decremento occupazionale previsto per il 2009, mostra dei segnali di tenuta rispetto ad un generale e più consistente ridimensionamento degli organici aziendali registrati nell’industria.
Un’impresa su cinque della provincia di Terni dichiara che nel 2009 prevede di effettuare almeno un’assunzione di personale mentre nel 2008 un’impresa su quattro prevedeva di effettuare almeno un’assunzione nel corso dell’anno. Relativamente alla classe dimensionale, la più dinamica è quella con un numero di addetti di 50 ed oltre, visto che l’ 80,1% del totale provinciale delle imprese dichiara di voler inserire nuovo personale nei propri organici, anche se in questa classe di imprese si registra anche il più elevato numero di uscite determinando in tal modo un turn-over molto consistente.
In valore assoluto, le imprese maggiormente orientate ad assumere nuovi dipendenti sono quelle che operano nei settori dei servizi (1.460) e dell’industria (640). All’interno di questi due macro settori, i comparti che mostrano maggiore vivacità sono il commercio e i trasporti in cui si prevedono 460 nuove assunzioni, le costruzioni con 320 assunzioni e gli alberghi, ristoranti e servizi turistici con 300 assunzioni previste nel coso dell’anno.
Per quanto riguarda il saldo occupazionale (entrate-uscite) l’unico settore con valori positivi (+40) è quello degli altri servizi alle persone e alle imprese per il quale sono previste 240 entrate a fronte di 200 uscite. In terreno negativo tutti gli altri settori con particolare riferimento a: all’industria dei metalli, chimica e altre industrie (-250 unità), l’industria del tessile-abbigliamento (-130 unità).
Relativamente alla classe dimensionale, quella con un numero di addetti da 1 a 9 è l’unica in cui si prevede un incremento percentuale dell’occupazione con un +0,2%. Nella classe 10-49 addetti è previsto un decremento dell’1,7%, mentre in quella con 50 dipendenti e oltre lo sesso valore è di -2,4%.
Le caratteristiche peculiari della struttura occupazionale del sistema produttivo locale, dove molte delle professionalità richieste sono fondate sulle competenze operative, si riflette sui titoli di studio richiesti.
Fatte queste premesse, c’è speranza per chi cerca lavoro in provincia? Qual è il curriculum più richiesto, se c’è richiesta?
“In questo momento – ammette Cipiccia – le aziende sono in “surplace”. Sono caute nei loro movimenti. Se devono prendere nuovi lavoratori, si guardano intorno ricorrendo in maniera crescente ai contratti part-time e a persone con meno di trent’anni (questo dato è cresciuto del7% rispetto al 2008 superando ampiamente la media nazionale ). Ma si rivolgono anche a gente già esperta: in un momento in cui sono sotto pressione, sono alla ricerca anche di personale “già pronto” nel caso in cui il mercato riparta. Meno operai generici e più personale specializzato, meno immigrati e più italiani. E si alza il livello di scolarizzazione. Alle difficoltà economiche degli ultimi mesi, gli imprenditori della nostra provincia – chiarisce il Presidente – dichiarano di voler reagire investendo ancora una volta sulle risorse umane. Dai dati forniti dalle nostre imprese, infatti, emerge anche un elemento di grande interesse: è in crescita il livello di formazione scolastica occorrente ai nuovi assunti. Quest’anno un titolo di studio di livello universitario è necessario nel 7,3% dei casi (nel 2008 la percentuale era del 6,4%) e il diploma nel 41,7% delle nuove assunzioni (35,2% lo scorso anno). In aumento anche le richieste per i livelli di istruzione professionale sia statale che regionale (del 17,4% nel 2009, del 13,9% nel 2008)”.
La percentuale di personale laureato richiesto per le nuove assunzioni continua a crescere: nel 2008 era del 6,4%, nel 2007 del 4,5%. Tuttavia il dato risulta inferiore alla media regionale (8,4%) e nazionale 11,9%.
Continua ad essere piuttosto consistente, anche se in calo, la quota di assunzioni dei lavoratori immigrati sul totale dei nuovi posti di lavoro non stagionali, ma la percentuale del 2009 pari al 16,7% risulta significativamente diminuita rispetto ai valori degli ultimi anni: 25,2% nel 2008 e 31,0% nel 2007.
Il 25,8% delle assunzioni non stagionali programmate dalle aziende sono considerate di difficile reperimento. Lo stesso dato a livello nazionale è piuttosto inferiore e pari al 20,5%.
Questi, in sintesi, i risultati che emergono dall’indagine Excelsior 2009, finalizzata a rilevare la previsione del fabbisogno occupazionale della domanda di lavoro nelle varie province del territorio nazionale.
“Discutere sui numeri e sulle previsioni è sicuramente importante – conclude il Presidente Cipiccia – Credo, però, che sia ancor più rilevante per tutti noi trovare il coraggio di percorrere strade nuove sapendo di lavorare in un sistema che esprime imprese solide e ad alto contenuto qualitativo e dispone di professionalità, competenze, conoscenze e valori sui quali si può e si deve costruire il futuro sviluppo di questa provincia.
Non dobbiamo rinunciare alla nostra capacità di intraprendere e di fare impresa. Dobbiamo avere la forza di cogliere nelle sfide del mercato globale le opportunità per esportare i nostri prodotti, la nostra creatività, il

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One Response to 540 POSTI DI LAVORO IN MENO IN PROVINCIA DI TERNI NEL 2009

  1. Bertolt on 8 agosto 2009 at 19:23

    In questi giorni occupa le prime pagine la vicenda dell’Innse, la protesta dei lavoratori e dei cinque che da cinque giorni stanno abbarbicati su una gru.
    Per molti versi aiuta a comprendere la situazione economica dei nostri territori, soprattutto dell’area ternana, in cui, fatte le dovute proporzioni, c’è una configurazione produttiva e occupazionale analoga. Centralità della grande industria, storica, ma in via di ridimensionamento, e il circostante indotto della subfornitura.
    Nell’area milanese, il caso dell’Innse non è isolato. E’ solo la parte più visibile di un iceberg, la cui massa nascosta, sotto il pelo dell’acqua, è
    molto più ampia di quanto si possa credere. Soltanto nei primi mesi di quest’anno, si possono riscontrare diversi casi analoghi. D’altra parte questa. Si tratta, per lo più, di realtà produttive a medio-alto contenuto tecnologico e con valore aggiunto potenzialmente più elevato della media manifatturiera. E’ ciò che rimane della tradizione industriale italiana specializzata nella produzione di beni intermedi. Ne consegue che è fortemente a rischio la tenuta dell’industria italiana nella subfornitura specializzata, quella subfornitura che consente ancora al nostro paese, dopo che ha perso ogni chanche di essere annoverato tra coloro che contano nel definire le traiettorie tecnologiche dominanti, di essere nei primi posti nelle filiere produttive internazionali.
    Occorre, inoltre, considerare che il capitalismo italiano, di natura familiare e non manageriale, si rileva, ancora una volta, miope, conservatore, tendenzialmente bigotto, con orizzonti strategici di breve-brevissimo periodo. In un simile contesto, riesce a sopravvivere se è in grado di spostarsi continuamente nei settori a più alto valore aggiunto, laddove l’attività speculativa consente immediata redditività.
    Vi è un solo settore, oggi, che permette di ottenere tali risultati: il business immobiliare. Nel sud d’Italia, esso è prevalentemente gestito dalle organizzazioni mafiose sulla base di commesse statali (leggi grandi opere). Nel nord, la speculazione immobiliare è divenuta il terreno fertile su cui riconvertire quelle attività produttive manifatturiere ancora in buono stato, ma con margini di profitti decisamente inferiori. A Milano, il business dell’Expo 2015 non ha fatto altro che accelerare tale processo di smantellamento produttivo, con la connivenza della classe politica locale e nazionale.
    Che la produzione manifatturiera sia destinata a ridursi è un dato di fatto. Ciò che preoccupa è che tale fenomeno avvenga senza nessuna strategia economica, ma sulla base di semplici animal spirits imprenditoriali, tanto più rapaci quanto incapaci. Il risultato, da un lato, è la distruzione di quel nucleo manifatturiero ancora in grado di essere competitivo nella produzione globale, dall’altro, è la parallela svalorizzazione e precarizzazione del lavoro. Se si deve parlare di declino economico italiano, esso deve essere analizzato non tanto perché viene meno il settore manifatturiero, ma piuttosto perché non vi sono le premesse per creare un’alternativa di produzione cognitiva, nella quale le competenze umane, innovative e creative vengano riconosciute e adeguatamente remunerate. Se allo smantellamento dei macchinari subentra
    il mattone, allora meglio sperimentare forme di produzione e di auto-valorizzazione della collettività piuttosto che aspettare un padrone “illuminato” che non arriverà mai.

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