CHIESA DI SAN PAOLO: IL CAPO DELLA SETTA CONDANNATO PER TRUFFA, FALSI MIRACOLI PER GUARIGIONI

agosto 13, 2009
By Web & Books

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A don Ricardo Arganaraz  furono concessi, da parte del Tribunale di Sorveglianza di Venezia, gli arresti domiciliari ( fu invece respinta la richiesta di affidamento alla sua comunità), a causa della sua malattia: una cardiopatia ischemica.. Il Tribunale gli concesse di svolgere, all’interno della struttura denominata “Giardino” in località San Savino di RiPatranzone, nei pressi di San Benedetto Del Tronto solo l’attività di giardiniere, e non quella didattica. All’epoca la condanna era per “circonvenzione di incapace”: 3 anni reclusione con il risarcimento degli 800 milioni all’epoca della truffa, in lire. Infatti in questo tipo di situazioni vengono a trovarsi sempre persone in difficoltà, deboli, fragili, bisognose di affetti  e cure, con problemi di salute o esistenziali o d’altra natura e come costoro vengono a trovarsi in condizione di soggezione, di dipendenza, da medici, psichiatri, spesso maghi, tanto più da chi sostiene di essere stato scelto da Dio per fondare una nuova chiesa o trasformare profondamente quella “vecchia”, “usurata”, “stantia”, “mondana” attuale. Quella cattolica. Di chi sostiene di essere “parola della bocca di Dio”. I beni “don miliardo” fino alla metà degli anni novanta furono valutati dagli inquirenti che aprirono l’inchiesta giudiziaria, (a seguito della denuncia dei famigliari di Iolanda Martignago, l’anziana che sborso’ all’epoca, in più fasi la somma di 800 milioni di lire in cambio della guarigione della sorella Roma, gravemente ammalata, guarigione che non vi fu, poichè la donna morì), nel novembre del 1996, intorno ai 10 miliardi di lire, si faccia un po’ il conto oggi. Nel corso della prima udienza del processo che si svolse a Vicenza, (si aprì il 24 novembre del 1997 e si concluse l’anno dopo, il 26 ottobre), don Antonio Zennaro dichiaro’ ai giudici che nel 1993 fece una relazione alle autorità ecclesiali per sottolineare come don Arganaraz fosse animato “dall’assillo di chiedere soldi con atteggiamenti intimidatori. Significativa fu anche la vicenda raccontata dal professor Francesco Barasse, intervenuto per far restituire i soldi dati “in prestito” al sacerdote argentino da una associata dell’Unione Ciechi di cui era presidente. Quando don Riccardo fuggì all’Est, inseguito da un mandato di custodia cautelare da parte della Procura della Repubblica di Vicenza, “sdoganò” una parte dei suoi beni mobili su conti insospettabili. Il vescovo di Salta (Argentina), dov’era incardinato don Riccardo, più volte, lo aveva richiamato in patria, ma lui non aveva mai ubbidito. Lui infatti non ama essere contraddetto e usa i voti dei sui consacrati per tenerli stretti a sé al fine di “legittimare” l’esistenza della Koinonia. “Nel corso di un’assemblea disse: Il cerchio si sta stringendo, chi si ritira, il Signore lo colpisce con il cancro”, disse una teste alla prima udienza del processo, Francesca Dal Santo Maino di Piovene (Schio). Amabile Girardi, insieme al marito Iles Terzo, anche loro di Piovene, dopo anni di “militanza” decisero di uscire (il dramma è quando esce uno solo della coppia o della famiglia), e così deposero nell’aula del Tribunale: “Don Riccardo venne in persona a casa nostra. Mi disse che sarei finita in un letto e mio marito in un baratro. Ebbi paura. Francesco Maino, marito di Francesca Dal Santo, cosi’ depose: “Mi disse che il Signore gli faceva vedere come in un video la consistenza del conto in banca delle persone”. Una donna con gravidanza difficile, Maria Teresa Mazzuccato, così depose: “Con le nostre preghiere, vedrai, tu facci una buona offerta…” La bimba morì subito dopo il parto e la donna smise di frequentare la Koinonia…nel corso di una assemblea don Ricardo disse: “Magari venisse un tumore alla moglie di Agnelli, così verrebbe a Camparmò e ci farebbe una sostanziosa offerta…”  “Quando i giudici si pronunciarono (La Cassazione lo ha condannato per truffa a tre anni di carcere, tramutati in arresti domiciliari per motivi di salute, la restituzione della somma con gli interessi e una multa in denaro), il pubblico ministero che all’epoca  coordino’ le indagini, Tonino De Silvestri (poi divenuto avvocato), dichiaro’: “La pena inflitta è inusitata, segno che è stata riconosciuta la gravità del comportamento”. Uno degli avvocati di parte civile, Lucio Zaranotello, affermò: “la condanna per truffa dal punto di vista morale è ben più grave della circonvenzione, perché i giudici hanno riconosciuto che c’è stata la strumentalizzazione dei poteri che la tonaca conferisce. Il fatto è ancora più grave perché il raggiro è stato messo in atto nei confronti di una persona disperata che si era rivolta al sacerdote per cercare conforto”. Don Ricardo Arganaraz condannato per truffa: la sentenza è stata  emessa dalla Corte Suprema di Cassazione (Seconda Sezione), il 13 giugno 2001. “La corte rigetta il ricorso (fatto da don Ricardo) e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché alla rifusione in favore della parte civile delle spese sostenute nella presente fase del giudizio che liquida in complessive lire 7. 040, di cui 7.000.000 per onorari, oltre Iva e C.P.A” Don Ricardo ha riconsegnato poi alla povera signora Iolanda Martignago la somma da essa versategli in più riprese e utilizzata per ristrutturare la cosiddetta “Oasi di Recanati” della Koinonia Giovanni Battista. Vediamo come era stato formulato originariamente, dai giudici,  il capo di imputazione: Ricardo Jacinto Arganaraz: “….per aver con più azioni consecutive di un medesimo disegno criminoso, abusando delle stato di deficienza psichica di Iolanda Martignago, incapace a fronteggiare con successo le gravissime condizioni di salute della sorella Roma e della nipote Iolanda Ligabue e quindi, in condizioni di fragilità psicologica, indotto la predetta a versargli, a più riprese, la somma di lire 850 milioni, essendo invece la prima successivamente deceduta ed essendo la seconda peggiorata nelle sue condizioni dio salute, con le aggravanti di aver cagionato alla medesima un danno patrimoniale di rilevantissima gravità ed avendo commesso i fatti abusando della propria qualità di ministro del culto cattolico (In Camparmò, Valli del Pasubio, nella metà dell’anno 1991, e cessata dell’agosto dell’anno 1992). L’Arganaraz era stato accusato anche di altri episodi tra i quali:
”…per aver con più azioni consecutive del medesimo disegno criminoso, abusando dello stato di fragilità psicologica e della necessità di una guida di riferimento di patrizia Manzan, che già in precedenza si era affidata ad altra istituzione perché dichiaratamente incapace di autogestire la vita propria e quella dei propri figli, indotto la stessa, promettendole falsamente la riconciliazione col marito nonché generico benessere, a corrispondergli la somma complessiva di 150 milioni di lire, nonché a cedergli gioielli e svariati mobili antichi di valore imprecisato, con le aggravanti di aver cagionato alla medesima un danno patrimoniale di rilevantissima gravità ed avendo commesso i fatti abusando della propria qualità di ministro del culto cattolico (In Camparmò, Valli del Pasubio, dall’anno 1988 all’anno 1993). Quello che è interessato ai giudici è stato: “accertare la presenza della libera volontà dei soggetti indicati nel capo di imputazione nell’offrire ciò che hanno versato”.

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