Sono 1 milione e 500mila i giovani, tra gli 11 e i 24 anni, a rischio alcool in Italia e sono le ragazze ad essere più esposte. Nella nostra cultura, purtroppo, vi è da sempre un totale e assodato consenso sociale relativo al consumo di bevande alcoliche. Tant’è che l’“iniziazione” al bere avviene spesso in ambito familiare, con un consumo di alcol che potremmo definire “alimentare” (un po’ di vino durante i pasti è una componente della dieta mediterranea). Ma dagli anni ’80 si è visto un significativo mutamento nella rappresentazione sociale del bere, con un passaggio dal vino alla birra e ai superalcolici, e con l’individuazione di nuovi luoghi del bere, spesso assunti da modelli esteri (aumentano i pub e le birrerie a discapito delle trattorie e dei ristoranti). Oggi come oggi potremmo parlare di due modelli del bere: un modello tradizionale, legato al vino e alla cultura dello stare insieme, e un modello moderno, legato al consumo per lo più di birra e superalcolici e alla necessità di affrontare difficoltà personali come timidezza, paura, imbarazzo, ecc.
I dati dell’ISTAT indicano che il 75% degli italiani consuma alcool (l’87% degli uomini e il 63% delle donne). Il primo bicchiere viene consumato a 11-12 anni: l’età più bassa dell’intera Unione Europea (media UE 14,5 anni). Sono oltre 3 milioni i bevitori a rischio ed 1 milione gli alcolisti; 817.000 giovani di età inferiore ai 17 anni hanno consumato nel 2000 bevande alcoliche e circa 400.000 bevono in modo problematico. Il 7% dei giovani dichiara di ubriacarsi almeno tre volte alla settimana ed è in costante crescita il numero di adolescenti che consuma alcool fuori dai pasti (+ 103% nel periodo 1995-2000 tra le 14-17enni). Gli astemi, in costante diminuzione, rappresentano appena il 25% della popolazione. In Europa, inoltre, l’alcool alla guida è la prima causa di morte tra i giovani. Le statistiche rilevano come i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni siano quelli per i quali è più elevato il rischio di determinare o subire un incidente.
L’alcool alla guida rappresenta la prima causa di decesso tra i giovani anche in Italia (circa 2800/anno).
Ogni anno sono attribuibili, direttamente o indirettamente, al consumo di alcool: il 10% di tutte le malattie, il 10% di tutti i tumori, il 63% di tutte le cirrosi epatiche, il 41% degli omicidi, il 45% di tutti gli incidenti, il 9% delle invalidità o delle malattie croniche. Complessivamente, il 10% dei ricoveri è attribuibile all’alcool; nell’anno 2000 tale numero è stato stimato in 326.000, di cui 100.000 con diagnosi totalmente attribuibile all’alcool.
Ogni anno in Italia circa 40.000 persone muoiono a causa dell’alcool per cirrosi epatica, tumori, infarto del miocardio, suicidi, omicidi, incidenti stradali e domestici, e per incidenti in ambienti lavorativi.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che i costi annuali sociali e sanitari, sostenuti a causa di problemi collegati all’alcool, sono pari al 2-5% del Prodotto Interno Lordo (PIL).
Fin qui i numeri. Che tuttavia ci mostrano un fenomeno estremamente complesso e variegato, al punto che alcuni autori hanno proposto la sostituzione del termine Alcolismo con quello di Bere Problematico, intendendo così tutta una serie di condotte che vanno ben al di là dell’immagine dell’alcolista radicata nel senso comune e legata al clichè del vizio. Ormai tutti concordano nel considerarlo una malattia, al di là di fuorvianti giudizi etici, o meglio, il sintomo di un disagio profondo, un malessere altrimenti nascosto, che può essere diverso da individuo a individuo.
Molti osservatori ritengono stupefacente che l’ordinanza emanata dal sindaco Moratti sia stata salutata, con grande clamore, come una grande novità, un provvedimento decisivo di contrasto al dilagante fenomeno dell’abuso di alcool da parte dei minori. L’ordinanza, e tutte quelle analoghe assunte da altri sindaci, non aggiunge niente alla situazione preesistente; infatti il divieto di vendita e somministrazione di alcool ai minori è sancito dall’art. 689 del codice penale. Quindi si vieta qualcosa che era già vietato, compresa la vendita da asporto, per cui le bevande alcoliche non possono essere consegnate nemmeno in confezione a chi ha meno di 16 anni. Si arriva dunque a prevedere una sanzione pecuniaria per una condotta colpita con sanzione penale: paradossalmente abbiamo un alleggerimento della sanzione in caso di vendita di alcol ai minori. Altro che giro di vite!
Precisamente questa è la posizione del sindacato dei pubblici esercizi Fipe-Confcommercio della provincia di Perugia, nella dichiarazione del suo presidente Romano Cardinali del 23 luglio.
Ma un po’ tutto il mondo scientifico, degli operatori sanitari e sociali, del volontariato, rigetta queste tentazioni proibizioniste e punizioniste. Don Antonio Mazzi, fondatore della comunità ‘Exodus’, è tanto conciso quanto efficace: «Più l’adolescente trasgredisce e più si sente qualcuno; più norme metti, più si ingegna per violarle».
E in effetti è difficile che si possa contrastare a colpi di accetta una problematica così multifattoriale, con tante implicazioni biologiche, psicologiche, sociali e culturali. Ancora una volta sarebbe opportuno affidarsi alla considerazione di comune buon senso, per cui bisogna intervenire sulle cause e non sulle conseguenze. E, in questa direzione, sì che le istituzioni locali, le Asl, la scuola e le famiglie possono e debbono fare un grosso lavoro.
Enrico Cardinali

