EVITA DI SBILANCIARSI LA SUPER PERIZIA SUI TUMORI ALL’INCENERITORE
Non esistono dati scientifici inoppugnabili che consentano di stabilire con certezza il nesso di causalità tra le patologie tumorali che hanno colpito quattro lavoratori dell’inceneritore gestito dall’Asm e la loro esposizione professionale, avvenuta all’interno l’impianto di Maratta. Per cui le valutazioni sul nesso tra le malattie e l’ambiente di lavoro possono essere proposte solo in termini probabilistici. Questo è il succo della super perizia che i tre esperti nominati dal Gip, Maurizio Santoloci, hanno depositato in Procura in questi giorni.
Gli avvocati difensori degli undici indagati, tra cui l’ex sindaco di Terni, Paolo Raffaelli, l’ex presidente Asm, Giacomo Porrazzini e l’intero consiglio di amministrazione della municipalizzata, già cantano vittoria. «Da una prima sommaria lettura -mette le mani avanti Roberto Spoldi, che difende alcuni degli indagati – mi sembra che i consulenti ritengano le tesi dell’accusa incerte per non dire inesistenti. I nostri periti stanno analizzando il corposo dossier e già nella prossima udienza arriveranno le prime valutazioni».
A noi sembra invece la scoperta dell’acqua calda: da sempre e per statuto la scienza procede per ipotesi, tentativi, esperimenti e mai si sentirà parlare di verità oggettive e inconfutabili. Tuttavia le parti lese, e con loro l’opinione pubblica più attenta, non possono che sentirsi deluse da questo importante pronunciamento. Peraltro le malattie in questione – e si parla di cancro – non si sono sviluppate in un contesto di inconsapevolezza. I lavoratori, compreso il capo turno Giorgio Moretti, che ne è morto, erano estremamente preoccupati di dover manipolare e respirare sostanze tossiche, mutagene e cancerogene. Ripetutamente le avevano manifestate ai dirigenti, ottenendo in risposta punizioni, minacce di sanzioni disciplinari ingiustificate, demansionamenti, un’ininterrotta serie di angherie, mobbing.
Infatti, per queste indecorose pratiche, con Ordinanza del Gip presso il Tribunale di Terni, che già aveva iniziato le indagini sull’affaire inceneritore, il manager Moreno Onori era stato addirittura sospeso dall’incarico di direttore generale dell’azienda municipalizzata per lo smaltimento dei rifiuti urbani di Terni. Il Pubblico Ministero presso il Tribunale di Terni contestava al direttore generale dell’azienda reati continuati di maltrattamenti, abuso di ufficio, lesioni personali, violenza privata e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche, mentre a luglio la Cassazione convalidò la sospensione con una sentenza che ebbe una grossa eco sia nel mondo giuridico che in quello sindacale. In quell’occasione i nostri colleghi furono purtroppo al di sotto del proprio dovere, non dando il giusto rilievo all’importante notizia.
Ma erano anni che il clima nell’impianto era carico di tensione. I lavoratori, esasperati e lasciati praticamente soli dal sindacato, in queste situazioni spesso colluso con la controparte, trovarono per fortuna una sponda in Giovanni Raggi, Presidente provinciale dell’Unione Nazionale Mutilati e Invalidi del Lavoro. Questo instancabile combattente per i diritti dei lavoratori scoperchiò per primo il verminaio indegno e circondato da omertà, che era ormai diventato l’inceneritore di Maratta. Accompagnò le persone che cominciavano ad ammalarsi all’INPS, chiamò in causa l’Arpa e l’ASL n.4, che furono inchiodate alle proprie responsabilità e provvidero ad impartire all’Asm una serie di prescrizioni, per lo più disattese, e infine presentò gli esposti alla magistratura che, alla fin fine, costituirono il primo impulso all’avvio di un’indagine che ha coinvolto mezza classe dirigente ternana.
Tornando alla super perizia, nelle 120 pagine si afferma che non sarebbe possibile dimostrare con certezza scientifica il nesso causale tra le malattie e l’ambiente di lavoro. Sul rapporto causale tra il tumore che ha ucciso l’ex capo turno dell’inceneritore, Giorgio Moretti, e il lavoro che faceva, i periti si sarebbero espressi definendolo plausibile. Il che significa, secondo lo schema preso a riferimento, che il nesso di causalità tra la morte di Moretti e l’ambiente di lavoro raggiunge una percentuale del 60 %. Non poco, ma non abbastanza. Diversa e davvero stucchevole è la valutazione che la perizia fa delle malattie che hanno colpito altri tre dipendenti Asm. Per i tre esperti, il nesso causale tra i tumori che hanno colpito i tre dipendenti dell’inceneritore e l’ambiente di lavoro sarebbe improbabile in un caso (20 % di probabilità), incerto e poco plausibile in altri due casi (con percentuali tra il 40 e il 50 %).
La ponderosa perizia ha valutato poi se, per i lavoratori dell’inceneritore, c’è stato un rischio maggiore di ammalarsi delle quattro patologie considerate, rispetto alla popolazione della zona, non professionalmente esposta. Riscontrando un rischio di contrarre carcinoma dell’esofago circa 400 volte maggiore rispetto alla popolazione umbra e circa 200 rispetto a quella di Terni, e di ammalarsi di carcinoma polmonare 41 volte maggiore rispetto al resto dei ternani.
Francamente, queste ultime osservazioni, finalmente in linea con la medicina del lavoro più avvertita, ci sembrano sconfessare il precedente ridimensionamento del coefficiente di causalità. Oppure, più malignamente, possiamo pensare che servano a legittimare la perizia, perché sarebbe troppo sfacciata ed attaccabilissima la negazione o anche una lettura riduttiva dell’impatto delle sostanze nocive sulla salute. Impatto che fa dire a molti analisti che alle 1200 “morti bianche” che ogni anno si contano in fabbrica, ne andrebbero aggiunte altre 500, direttamente dovute a sostanze tossiche con le quali i lavoratori entrano in contatto nello stesso luogo di lavoro.
Enrico Cardinali




















