TERNI, CITTA’ DELL’ACCIAIO… O DEL CROMO ESAVALENTE?

ottobre 30, 2009
By Web & Books

veleno nell'aria

Il sindaco Leopoldo Di Girolamo e l’Assessore all’Ambiente, al Traffico ed alla Mobilità Urbana, Luigi Bencivenga – che peraltro già conosciamo per la sua risibile cultura della sicurezza urbana, di fronte all’escalation di violenze di questa estate - sono immediatamente passati all’incasso per il 21° posto conseguito da Terni nella graduatoria nazionale per città riguardante la qualità dell’ecosistema urbano, in base ai parametri monitorati da Legambiente ed Ambiente Italia e pubblicata dal quotidiano “Sole 24 Ore”. «Si tratta – hanno commentato i due amministratori – di un risultato che riporta alla realtà dei fatti e disegna un quadro in grado di smentire clamorosamente l’allarmismo strumentalmente agitato anche in questi ultimi mesi da parte di alcuni».
Mentre questi candidi amministratori gongolano, omettendo peraltro di mettere in sicurezza la zona della discarica di vocabolo Valle di propria competenza, suscitando così la sacrosanta irritazione del compagno di partito e consigliere comunale Sandro Piccinini, per fortuna altri soggetti si riuniscono per mettere le mani in prima persona sui temi ambientali.
Dunque questi mestatori e demagoghi hanno preparato una giornata di studio e discussione, il convegno “Terni, città dell’acciaio… o del cromo esavalente?”, che si è tenuto lo scorso 24 ottobre presso i locali di via Aminale.
Gli organizzatori, il Forum Umbro per i Beni Comuni ed il ricostituito Comitato per l’Ambiente di Terni, hanno così voluto dare un primo segnale di mobilitazione di fronte ad uno degli ultimi scandali ambientali emersi in ordine di tempo: quello del cosiddetto laghetto dei veleni, emerso a Vocabolo Valle in seguito ai lavori per la costruzione della variante Terni-Rieti, e che ha avuto anche un certo risalto nazionale grazie all’articolo “L’altra Thyssen” di Stefania Maurizi de L’Espresso, dedicato proprio alla pesante incidenza dell’acciaieria Thyssenkrupp sulla situazione ambientale ternana. Come si evince già dal titolo, il convegno è stato incentrato proprio sull’interrogativo se sia possibile conciliare l’esistenza di un grande indotto industriale, in una realtà come Terni in cui questo fa storicamente parte del tessuto economico e culturale della città, con una simultanea tutela della salute delle persone e dell’ambiente.
Il primo relatore, dott. Antonio Valassina, medico del lavoro, ricercatore presso l’Università Cattolica del S. Cuore di Roma ed il Policlinico Gemelli, e membro dell’Associazione “Liblab”, ha aperto la propria esposizione con un excursus sull’acqua e la sua importanza per la vita sul pianeta, toccando anche la questione dell’«impronta idrica» (Foot Print), ossia dell’incidenza delle attività produttive umane – specie industriali – sulla riduzione dell’acqua potabile, già scarsa e risorsa tutt’altro che infinita. E’ quindi arrivato a sviluppare la propria trattazione di come le sostanze tossiche, cancerogene o mutageniche, che vengono rilasciate dai processi di lavorazione industriale nel terreno, finendo poi nelle falde acquifere, vadano a condizionare la stessa qualità delle acque di cui le comunità nei propri territori fanno quotidiano uso. Ora a livello di Unione Europea esiste una direttiva che fissa in una tabella la concentrazione massima di ogni sostanza considerata tossica, al fine di determinare se un’acqua sia potabile o meno. La legge italiana che recepisce tale direttiva prevede tuttavia delle deroghe in molte zone ad alto inquinamento: in sostanza, in molte aree del Paese con tale escamotage viene considerata potabile acqua che non lo è affatto, né secondo criteri legislativi comunitari, né tanto meno secondo criteri scientifici. Per queste aree definite “siti di interesse nazionale” (SIN) la stessa legge prevede un risanamento ecologico ed una messa in sicurezza; purtroppo l’eccessiva durata temporale delle deroghe (3 anni, ma a loro volta prorogabili fino a 9) non sprona certo una risoluzione del problema in tempi brevi; criteri di gestione delle deroghe pur previsti, quali una puntuale informazione dei cittadini, e l’immediata istituzione di una commissione valutativa, di fatto il più delle volte non vengono affatto applicati. Il disinquinamento è espressamente previsto solo se “a costi sopportabili”, quindi applicando un criterio economico alla salute delle persone. Anche Terni, nell’area di Papigno, è stata definita sito d’interesse nazionale: oltre al cromo sono presenti nel suolo sostanze tossiche quali metalli pesanti, carburo di calcio, amianto, PCB, solfiti clorurati, polveri da processi metallurgici, discariche di rifiuti industriali speciali, scorie metallurgiche, tutti elementi dovuti a lavorazioni industriali dell’AST ThyssenKrupp. Si è poi ricordato come alle 1200 “morti bianche” che ogni anno si contano in fabbrica, ne andrebbero aggiunte altre 500, direttamente dovute al contatto con sostanze tossiche nello stesso luogo di lavoro, oltre a tutte quelle che colpiscono le famiglie e le comunità ove sono situate attività industriali.
Chiudendo la propria relazione, il dott. Valassina ha lanciato alcune proposte sull’immediato: una radicale riforma delle ARPA, che consenta maggiore trasparenza e partecipazione dei cittadini, nel frattempo marcandole strette affinché tutelino effettivamente la salute dei cittadini; un’uniformazione delle struttura di laboratorio che permetta analisi oggettive, facendo analisi non più solo di tipo chimico (sul suolo e le sostanze) come oggi avviene, ma anche di tipo biologico, di incidenza sui viventi; occorrerebbe poi fare una mappatura delle patologie, che allo stato non esiste, e farne una dell’inquinamento ambientale, che però tenga conto non solo dell’inquinamento del suolo, ma si spinga a determinare quello delle falde acquifere: mettendo le due mappature in relazione tra loro, si avrebbe un quadro abbastanza puntuale del rapporto di causa-effetto tra inquinanti e malattie. Va inoltre denunciato – afferma il dott. Valassina – lo stato degli acquedotti italiani, facendo pressioni per la realizzazione, questa volta sì, di una grande opera, l’ammodernamento della rete idrica, combattendone inoltre la privatizzazione, che inevitabilmente comporta la fornitura di acqua secondo logiche di profitto e di lucro, a scapito della salute delle persone; bisogna denunciare con forza e respingere con determinazione il ricatto del “posto di lavoro contro disoccupazione”, a prezzo della salute e della vita; occorre sensibilizzare l’opinione pubblica di come le sostanze inquinanti dovute a scarti di lavorazione industriale siano un problema non inferiore alla tanto nota CO2 . Gli strumenti attraverso cui agire sono al contempo sia le mobilitazioni popolari, sia il ricorso alle vie legali ove queste possano essere adite.
Il secondo relatore, il dott. Luigi Sicilia, anch’egli medico del lavoro, ha concentrato il proprio intervento sul tema della sicurezza sul lavoro, e come essa si intersechi con la tutela della salute dei lavoratori e delle popolazioni. Ha ricordato come già nel 1956 una legge statuisse una serie di norme per la tutela dei lavoratori, quali l’obbligo per il datore di lavoro di predisporre sistemi per la messa in sicurezza dell’impianto, così che il lavoratore non fosse esposto a sostanze tossiche. La successiva legge 626 individua 26 sostanze cancerogene certe (definite “R45″), stabilendo l’obbligo di sostituzione delle stesse con altre che non lo siano. Spesso però questo non è avvenuto, non c’è stata una reale attuazione della normativa, sia per la mancanza di interesse da parte delle imprese, sia per gli scarsi controlli delle istituzioni, che pur avrebbero i necessari strumenti di controllo, sia per la troppe volte diffusa inconsapevolezza da parte dei lavoratori degli stessi rischi a cui si espongono nel contatto con determinate sostanze del ciclo di lavorazione. Così, ancora oggi, tra l’8 ed il 16 % dei tumori sono “di natura professionale”, di fatto patologie da lavoro. Molte delle sostanze utilizzate ai sensi della legge 626 per sostituire quelle individuate come inquinanti sono state introdotte senza neppure prima accertarsi attraverso sperimentazioni ed analisi che non fossero anch’esse tossiche: ne è un esempio il caso delle fibre di ceramica, utilizzate in sostituzione dell’amianto, e successivamente scopertesi essere anch’esse ugualmente nocive capaci di causare mesoteliomi della pleura. Tornando sul tema dei troppo spesso omessi controlli istituzionali, ha infine ricordato come anche per la vicenda ThyssenKrupp a Terni non sia stata attuata una vigilanza volta a verificare l’impatto di una serie di azioni della multinazionale sulle aree circostanti, prima tra tutte la gestione della vecchia discarica a ridosso del lago di cromo incriminato.
Come prevedibile, al convegno non ha partecipato alcun amministratore né esponente dei partiti.
 
Enrico Cardinali

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