Il crocifisso rappresenta “una dimensione anche di peso culturale ed educativo che è davvero irresponsabile voler cancellare”. Lo ha affermato in un’intervista alla Radio Vaticana, mons. Vincenzo Paglia, responsabile della commissione Cei per il dialogo interculturale, commentando la sentenza della Corte europea di Strasburgo. “A me pare – ha aggiunto mons. Paglia a proposito della sentenza – che parta da un presupposto di una debolezza umanistica oltre che religiosa del tutto evidente: perché la laicità – ha spiegato – non è l’assenza di simboli religiosi ma la capacità di accoglierli e di sostenerli di fronte al vuoto etico e morale che spesso noi vediamo anche nei nostri ragazzi”. “Pensare di venire in loro aiuto facendo tabula rasa di tutto – ha proseguito – mi pare davvero miope anche perché presuppone una concezione di cultura che è libera solo nella misura in cui non ha nulla o ha solo quello che rimane sradicando da ogni storia, tradizione, patrimonio”. Il presule ha ricordato che i luoghi pubblici italiani sono stracolmi di crocefissi: “non credo – ha osservato – che ci sia nessuno che pretenda di distruggere i simboli religiosi nelle strade e nelle piazze italiane perché levano la libertà di religione”. Mons. Paglia, responsabile Cei per il dialogo interreligioso (e non interculturale come scritto precedentemente), ha respinto l’argomentazione secondo cui il crocifisso nelle aule scolastiche rappresenti un’imposizione. “Non lo credo – ha spiegato -. E’ un ricordo di che cosa accade all’uomo quando la giustizia non viene rispettata e da cui emerge un valore di gratuità di cui tutti abbiamo bisogno a qualunque fede appartiamo”. “In questo senso – ha concluso – c’é una dimensione anche di peso culturale ed educativo che è irresponsabile davvero voler cancellare” Lettrici e lettori come me, ebbene sì, è nato l’ultimo diritto in Occidente: il diritto di ogni uomo occidentale a non vedere più in luoghi pubblici esposto un crocifisso, pena il relativo risarcimento dei danni morali, che, per la prima volta, sono stati liquidati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e posti a carico dello Stato Italiano. Il caso prende in esame l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, per effetto della quale, secondo autorevoli studiosi, valenti pensatori ed infine, probi giuristi, verrebbero lese la libertà religiosa dei bambini e la libertà di educazione dei loro genitori. Insomma, la tradizionale buona novella di Gesù e tutto ciò che ne consegue e che si porta dietro o avanti il crocifisso, devono stare alla larga dai bambini di oggi e deve essere esorcizzato dagli adulti, in quanto possibile motivo di lite o, addirittura, di scontro potenziale fra civiltà, di nuova guerra di religione. Forse anche il calendario dovrebbe a questo punto essere rivisto, il conteggio degli anni e dei secoli a partire da Cristo, infatti, potrebbe insospettire qualcuno. Per vari motivi, quindi, il Giudice europeo stabilisce che in occidente bisogna disfarsi al più presto del crocifisso, al limite, per ora, si può continuare a portarlo al collo sotto un bel maglione di lana in grado di coprirlo ad occhi indiscreti. Ma cosa c’è di tanto scandaloso nel simbolo del crocifisso? Perché i bambini sarebbero minacciati da tale silenziosa presenza? E perché, fino ad oggi, quella presenza ha invece albergato in aule scolastiche, di giustizia, di ospedale, fin dentro alcuni palazzi di pubblico potere, uffici comunali, provinciali e regionali? In altri termini, fino ad oggi, simbolicamente: istruzione, formazione, giustizia, medicina, politica, conoscenza, erano nel crocifisso, aspetti o effetti di una stessa realtà, contenuta e rappresentata dal simbolo della croce. Da oggi, ne sono fuori. Perché? Cosa è cambiato nella coscienza occidentale e, quindi, nel modo pubblico, politicamente corretto, di concepire noi stessi? Sono solo un semplice lettore di giornali come Voi, non sta a me dare risposte, specie se le si pretende autorevoli e convincenti. Ma la triste personale impressione è che, anche questa volta, il credente, aldilà di un mero richiamo di stile all’autorità della tradizione e della storia, non sappia cosa fare; mentre il laico, colto alla sprovvista, trovandosi tra l’incudine della propria personale ricerca di senso, la fatica di tutti i giorni e il relativismo autoritario di cui la scuola e l’università in cui si è formato si fanno promotori, abbia rinunciato ad esigere risposte chiare e puntuali a domande precise ed essenziali. La mia risposta è sicuramente trascurabile, ma vorrei proporla comunque come una provocazione. Non è che anche stavolta, proprio come duemila anni fa, l’uomo, più o meno consapevolmente, ha bisogno di uccidere Dio, rinnegare ogni Verità su di sé e sul mondo, allo scopo di meglio riconoscerne poi la validità e la portata? Heidegger, per esempio, riteneva che nella nostra epoca albergasse una lunga notte con poca luce, non tanto perché Dio ci avrebbe abbandonati ma perché, da un certo momento in avanti, abbiamo smesso di soffrire di tale eventuale Assenza. Forse, paradossalmente, proprio l’attuale bisogno di togliere dalla vista il crocifisso e di anticipare cospicue spese legali a riguardo, testimonia la ripresa di uno stato di insofferenza. Un rinnovato disagio dell’uomo dinanzi alla divinità. Un senso di inadeguatezza e di nuova inquietudine al cospetto del Cristo in croce. Come a dire che, se nel 2009 dopo Cristo, una corte di giustizia ha ritenuto opportuno emettere un’altra sentenza di morte nei confronti della pubblica presenza di Gesù in occidente, significa proprio che qualcosa di “laicamente” Vero ci debba pur essere nella buona novella di quest’Uomo-Dio. Qualcosa di scomodo ai più, di costantemente scandaloso, visibile ad occhio nudo in un qualsiasi crocifisso esposto al pubblico. In effetti, i vari reality show, proposti quotidianamente, perfino dai telegiornali, possono essere tranquillamente mostrati o somministrati ai bambini, e costituire oggetto di discussione in qualsiasi ora del giorno, in quanto assolutamente privi di senso, mentre un crocifisso ha fin troppo senso, presuppone una ricerca, un confronto, una messa in discussione, una capacità critica, un pensiero libero, una vita consapevole… Insomma, qualcosa che potrebbe minare le fondamenta di una società precaria e traviata come la nostra, che non sa bene dove andare o cosa cercare né, del resto, cosa ci è accaduto, ma, intanto, procede per inerzia. Va a finire che ciò che ci rende insofferenti, a tal punto da non volerne più sapere del crocifisso, è l’immagine stessa dell’Amore. Quello con la “A” maiuscola, quello per cui i genitori non divorziano, gli amici non tradiscono e i bambini nascono. Quello per cui si affronta il dolore, si supera qualsiasi genere di crisi e si attribuisce dignità ad ogni singola vita umana. Quello che è così grande e vero da esigere, in se stesso, la nostra personale responsabilità nei confronti di tutti gli altri e della comunità. Ma perché non lasciamo che i bambini vadano incontro a ciò che è Autentico e riconoscano, fin da piccoli, ciò che è Amore?! Un lettore di giornali e di www.informazione.tv

