Reportage/ GIORNALISTI NEL MIRINO (Guarda la trasmissione “Lucarelli racconta”)

imagesCA3K6HEE 250x166 Reportage/ GIORNALISTI NEL MIRINO (Guarda la trasmissione Lucarelli racconta)-di Giancarlo Padula-

Era il primo giorno di “scuola”….. anzi, possiamo dire di apprendistato giornalistico. La redazione di Paese Sera di Terni con ingresso in via Barbarasa, a Terni, praticamente dava sulla centralissima Corso del Popolo e campeggiava su tutto una scritta scintillante che a notte si illumina con uno splendente colore al neon. Si era ai primi di novembre di un fatidico 1973, avevo da poco compiuto i 20 anni, e nonostante la straordinaria giornata di sole, mi chiudevo ben volentieri, dietro le spalle la porta, e varcavo la soglia, se non della speranza, (noto libro del giornalista e scrittore Vittorio Messori, che intervisto’ Papa Woitila), quanto meno, dei sogni.
Il capo servizio era lì ad attendermi, ero un “volontario” e non avevo mai scritto a macchina, né sapevo, seppur leggendo molto (quotidiani, riviste, magazine, riviste di specializzate di musica), valutare una notizia, né tanto meno cercarla. Ma tutto si impara no? Nessuna lezione preliminare, cerano anche altri collaboratori in redazione, quel giorno, ma loro erano “part time”, io invece avevo la pretesa (insieme ad un altro paio di giovani rampanti che poi, con gli anni intrapresero strade diverse…quelle della politica), di imparare, come si dice, il mestiere…quindi, fresco fresco degli studi liceali, avevo tutto il tempo (mattina, pomeriggio e spesso la notte), da dedicare per scoprire, assaporare, imparare una delle professioni più affascinanti del mondo. Dicono.
Eravamo tutti seduti intorno a un tavolinetto a sfogliare giornali dei quali una sola cosa sapevo: che si sfogliavano bene o male, da sinistra verso destra. Poi guardavo le figure (foto), e leggevo di solito quello che mi interessava. All’epoca ero uno “culturalmente impegnato”….come si diceva.
Ma in questo caso diciamo che l’operazione di “sfogliamento” aveva tutta un’altra funzione, quella di farci capire cos’era un’”apertura”, una “spalla”, un “centro pagina”, un fondo pagina, cos’era la cronaca bianca, la nera, la giudiziaria, la politica, la sindacale, la cultura, gli spettacoli, lo sport, come si valutano le notizie, cosa sono e quali sono le fonti. Quelle ufficiali, quelle ufficiose, quelle segrete, ecc. Cos’è un “giro di nera”…Già, il “giro di nera”…Dunque una volta individuate le fonti ufficiali si cominciano a chiamare i centralini delle Questure, carabinieri, Ospedali, Commissariati, Vigili del Fuoco. E se col tempo, la pazienza e la fiducia, ti sei fatto qualche amico, qualche “collaboratore-informatore”, c’e’ anche la possibilità che riesci a prendere una notizia in esclusiva, cosi’ il giorno dopo dai un bel “buco” alla concorrenza. I “buchi” si danno e si prendono, è normale. Rientra nella ruotine. Non bisogna perdere la calma o agitarsi, se si prende un buco. Quando si fa la “nera”. Bisogna sicuramente capire il perché è successo. Può essere capitato per tua negligenza, perché hai “saltato un giro”, (di solito se ne fa uno alla mattina, uno prima di pranzo, uno nelle prime ore del pomeriggio, uno a metà pomeriggio, uno alla sera, uno prima di chiudere, uno dopo il turno serale. Le fonti ufficiali, se capita qualcosa, non sono tenute ad informarti, sei tu che devi chiamare, poi a qualcuno l’avvisa “l’amico”, ma questo è un altro discorso), puo’ essere perché il tuo giornale sta un po’ sulle balle a qualcuno, può capitare che effettivamente tu quella cosa lì non potevi saperla, perché non hai la “talpa” in quel posto là. Fatto sta che passato l’uragano di inevitabili improperie, maledizioni, imprecazioni ed epiteti di ogni tipo da parte del tuo capo servizio, (a buon rendere…..poveri miei colleghi, quando un giorno, nella mia vita mi capito’ il timone di varie barche…..!), cerchi di coprire la falla e ad attrezzarti perché ciò accada quanto meno, il meno spesso possibile (per usare un gioco di parole).
Tremendo fare il cronista di nera.
Mi è toccato farlo circa due anni pieni, poi fui promosso al Palazzo di Giustizia, per seguire i vari processi di Corte d’Assise, Tribunale, Pretura. Il secondo gradino, della scalata alla tanto sospirata “carriera giornalistica”. Ma ovviamente, per 70 mila lire al mese tutto compreso si fa questo ed altro, anche se sei un “abusivo”, attributo che col tempo ti pesa addosso più del fardello di Robert De Niro nel film “The Mission”.
“Tu sei un abusivo?”, ti sentivi dire dal collega di un altro giornale che invece faceva tre o quattro mestieri e in più era pubblicista, tu rispondevi, “eh, cosa vuoi, sì”. E allora quasi ti veniva da rispondere: “Sì, non ne posso più, penso che sia grave, domani vado dal medico..” Perché al terzo anno, l’”abusivato” diventa cronico ed è molto difficile da curare.
Una delle mie prime inchieste fu proprio sul “malato cronico”….chissà, vaga intuizione di ancestrali affinità…quasi “profetiche”…
Il “buco” si prende e “il buco” si dà, dicevo, ma al quarto “buco” che prendi ti dicono di cambiare mestiere. Io all’inizio non presi grossi “buchi” per fortuna…anzi, a dire il vero lo stavamo prendendo tutti, perché ricordo benissimo che negli anni delle lotte sindacali e politiche…i primi anni ’70 una volta c’era lo sciopero nazionale e quindi anche regionale contro uno dei tanti governi demo—-non so cosa: non ricordo se Andreotti-Malagodi, o Andreotti—pinco pallo; o Andreotti—vattelapesca. Fatto sta che Andretti c’era sempre. La redazione di Paese Sera a Terni era agli esordi, la concorrenza all’epoca era forte: “IL Messaggero” e “La Nazione”.
Dunque, spinta più dall’ideale diciamo del sol nascente (o levante?? Non ricordo…), tutta la redazione si trovava in piazza in mezzo a bandiere e cortei di operai e studenti.
A un certo punto tra la folla delle camicie blu chi ti spunta?:
Il cappello intonato al cappotto di marca, “spinato”, color bianco-grigio di Oscar, il capo servizio, che allungava il collo forse nel tentativo di scorgere uno dei suoi cronisti in erba, che a loro volta si confondevano (quasi in perfetta simbiosi), con le fluenti capigliature e barbe degli studenti più o meno “gruppettari” di quel tempo. Il suo volto era molto teso e quando lo scorsi ebbi la sensazione netta, e fredda che stesse cercando proprio me…e altri due ingnari colleghi provetti cronisti di nera, della stessa rampante redazione in fase di lancio. A un metro e mezzo di distanza, mi desse, fissandomi negli occhi con il volto assolutamente inespressivo: “Avete fatto il giro di nera questa mattina….?” Capita, nella vita, di avvertire all’improvviso, quel freddo che ci fa temere di trasformarci in fantasmi….“Ehmmm, non ricordo, credo di sì, anzi forse sì…forse, nò”, risposi sommessamente. Ero sceso dal letto e prima di arrivare in piazza avevo fatto il giro delle scuole superiori …reminescenze….sessantottine ….un’altra malattia incurabile di pochi anni prima. Ma ora l’uomo era afflitto da un altro morbo, altrettanto pericoloso: “l’abusivato”.
“Appunto”, ribattè Oscar, “Io invece credo proprio di no….” Era il mese di gennaio, quando gennaio era gennaio. Riprese: ”C’è una famiglia intera in un quartiere operaio, uccisa dal gas delle stufe….no si sono accorti di nulla: marito, moglie e figli…(Davvero raggelai per due motivi: l’impressione suscitata dalla notizia, il timore di essere cacciato…)…….precipitati là con il fotografo……
Già il fotografo. Dunque all’epoca due fotoreporter si contendevano questo posto (venivano pagati a forfet…) un “vecchio” reporter dell’Ansa locale e un diciamo così, “artista”. Un giorno accadde un episodio di cronaca nera e il capo servizio chiamo’ questo “artista” e gli disse: “Va là….e portami le foto del morto..” Nel gergo giornalistico per “foto del morto” si intende la foto del documento d’identità a mezzo busto, da pubblicare (non c’era la legge sulla privacy) accanto all’articolo, meglio conosciuta, tra gli addetti ai lavori come: “testina”….e lui torno’ effettivamente con la foto del morto…una foto artistica, non c’e’ che dire: In primo piano un bel paio di scarpe nuove di zecca, con su scritto: “vero cuoio”, poi distesa e composta, braccia che finivano in un paio di mani giunte…. la salma. L’urlo disumano del capo alla vista di questa ed altre simili foto, fece comprendere al provetto fotocronista che forse non era il caso di continuare a tentare, quell’ardua salita e indubbiamente egli scelse un’altra strada, diciamo un po’ più pianeggiante—diversa… e si opto’ decisamente per il vecchio caro, buon Raggi. Franco. Un giorno parlava al telefono con uno della Questura e siccome questo tale non lo riconosceva, non capiva chi era, lui disse: “sono Raggi, come i raggi del sole….i raggi della bicicletta..!”
Che dire, il mio capo servizio di allora, lui 35enne, io appena 20 anni, era di poche parole. Se scrivevi un pezzo che non gli garbava, o che era impostato male: “Ricordati”, diceva, “che la notizia va sempre in “testa”, nelle prime cinque sei righe, in cinque, sei righe, si puo’ dire che è scoppiata la terza guerra mondiale. Il resto si sviluppa dopo…”
E’ vero. Beh, raccontavo, se scrivevi un pezzo che non gli piaceva per qualsiesi motivo (non c’erano i computer, né le stampanti, e si scriveva a macchina con la carta carbone per fare le copie), lui lo stracciava. A quel punto ricominciavi, una, due, tre, quattro volte. E Alla fine o imparavi o cambiavi mestiere. Non mancavano, ovviamente in questo contesto di “precarietà” gaffe mostruose come ad esempio: “Uccide la moglie a martellate: il poveretto lavora presso la ditta tal dei tali….” (titolo uscito in locandina, in un certo giorno). La prima esperienza di “Paese Sera” in Umbria finì alla fine del 1976. Stava per aprirsi un’altra straordinaria avventura, una nuova esperienza
professionale ed esistenziale, stavo per tuffarmi in un vortice di creatività mai sperimentato prima. Da qualche anno andava avanti un esperimento da parte di un gruppo di giovani che venivano dall’area più radicale della sinistra ternana, Radio Evelin (una sorta di Radio Alice nostrana), ma qui il “collettivo” era molto più articolato e tra di noi c’era anche il caro amico Sergio Secci, un giovanissimo intellettuale perito nella strage di Bologna. Il padre Torquato, per anni è stato il Presidente dell’Associazione Famigliari delle vittime Insomma, c’erano ragazzi, ragazze, e ad ognuno, secondo le sue potenzialità, forme di espressivita’, tendenze, conoscenze culturali, musicali, veniva affidato un compito, faceva parte di un pool per un programma. Si decise di denominare, questa nuova radio, “Radio Galileo”. Prevalentemente a me fu affidato il compito di coordinare la redazione giornalistica, per allestire i radio giornali, e ci ritrovammo con alcuni ex colleghi di Paese Sera, anzi la radio fu istallata nella ex redazione ternana del quotidiano romano la cui scritta luminosa campeggiava ancora fuori dalle finestre. E a redigere una paginetta locale era rimasto un corrispondente. Il primo radio giornale andava in onda alle 6 del mattino, in concomitanza con l’inizio dei turni alle grandi Acciaierie di Terni, per dar modo agli operai di essere aggiornati fin dalle prime ore del mattino. Ci si svegliava alle 5, si passava poi all’edicola della stazione che era la prima in assoluto ad aprire in città, si prendevano i giornali con cronaca locale, poi si andava in redazione. Si facevano i primi “giri di nera” (non io); si raccoglievano le prime notizie, si formulava un numero della Sip dove c’era il servizio delle notizie (non c’era
Internet, quindi le fonti erano molto ridotte, soprattutto a quell’ora), e si andava in onda. L’80 per cento delle notizie e dei servizi era di prima mano. Tutta roba elaborata da noi. Terminata la prima edizione del giornale radio, si tornava a fare un pisolino, e poi ci si metteva al lavoro per l’edizione
delle 14, orario in cui coincideva un’altra ondata di turni dei lavoratori della “Terni Siderurgica”. Quando Terni era ancora una “città operaia”. Non come adesso, che sembra una “piccola Roma”, piena di pub, ristoranti, bistro’, sale giochi. Negozi. Si usciva con i registratori e i fatti piu’ importanti venivano seguiti in diretta con una specie di radiotrasmittenti con le quali ti collegavi direttamente con il conduttore dei programmi. Fu una stagione indimenticabile, nuova, diversa,
anche perché avevo la possibilità anche di “sfoggiare” tutta la mia cultura musicale, accumulata nei 10 anni precedenti. Era il 1977, uno degli anni, insieme al 1978, più difficili della vita democratica del nostro Paese, gli anni di piombo, gli anni delle barricate a Bologna, gli anni del delitto Moro.
Gli anni in cui tutto era esasperatamente “politicizzato”. Ma il collettivo di Radio Galileo riusciva a tener banco con la sua creativita’, con il sapere coniugare le istanze piu’ disparate, soprattutto mantenendo sempre un equilibrio: sobrietà, buon gusto, competenza, in campo musicale, culturale nel senso più ampio, e sotto il profilo dell’informazione. L’anno prima avevo dovuto lasciare la Radio per assolvere agli obblighi di leva (il servizio militare all’epoca era obbligatorio). E al ritorno trovai una sorpresa. Tutta la “baracca” si era trasferita in Via Armellini, nei pressi di Piazza Tacito dove c’e’ la grande fontana, ma intanto bussava alla porta una novità: il corrispondente di Paese Sera veniva assunto a Roma e a me chiesero di ricoprire il suo posto. La scelta fu molto dura. Radio Galileo, era ormai diventata la mia seconda famiglia e con tutti quei ragazzi (altri meno), avevo istaurato un ottimo rapporto di amicizia, condivisione, ma il ritorno alla carta stampata mi attirava troppo, e con l’applicazione dell’articolo 12 del Contratto nazionale di lavoro giornalistico, diventavo corrispondente a “ben” 350 mila lire al mese. Non si seguivano più singoli settori della cronaca, ma bisognava mandare pezzi interessanti, selezionare, e cominciai a specializzarmi della cronaca sindacale, tenuto conto che il grosso delle notizie veniva dalle grandi fabbriche del polo siderurgico e chimico: lotte operaie: difesa del posto di lavoro sempre in pericolo, problema dell’ambiente di lavoro. Il primo di solito prevalente sul secondo. C’era stato un progresso tecnologico, e dagli stenografi si era passati alla telescrivente. Ripresi così il lavoro come corrispondente di Paese Sera, che aveva la sede con l’ingresso in via Barbarasa, ma le finestre sul corso del Popolo. Erano lontani i tempi delle prime radiocronache delle partite fuori casa della Ternana in serie A: si mettevano due altoparlanti fuori, l’inviato faceva la cronaca al telefono ad un altro, quest’altro la ripeteva, dandogli anche una sua interpretazione al microfono e i tifosi stavano sotto le finestre con pop-corn e semi salati ad ascoltare. Non c’erano ancora le radio “libere” o private che sia e quello era un modo particolarmente originale di fare cronaca sportiva.
Erano già trascorsi almeno sei anni da quel periodo. Ora per inviare i pezzi alla sede centrale non si chiamavano più gli stenografi, ma si ribattevano sulla telescrivente.
L’appartamento era abbastanza grande, aveva ospitato fino all’anno prima Radio Galileo, che nel frattempo si era trasferita nei pressi di Piazza Tacito. Nel pomeriggio si faceva solo qualche controllo e se si era verificato qualche fatto molto importante o grave, la notizia andava sulle pagine nazionali. Nel frattempo si verificò una circostanza incredibile. Dalla sede centrale di Paese Sera arrivò la notizia che sarebbero state riaperte le pagine umbre. A Roma sarebbe stata riattivata l’edizione della notte, soppressa insieme a quella del pomeriggio, tempo prima, per mancanza di fondi, in quanto il PCI, ad un certo punto, decise che Paese Sera avrebbe dovuto cavarsela da solo, senza il sovvenzionamento del partito, e, dopo i tempi di Cingoli, ora erano giunti quelli del “cattocomunista”…, mentre Oreste Del Buono avrebbe diretto la nuova edizione della notte.
Un fatto, questo, che avrebbe rivalutato la ma figura professionale, oltre che il portafoglio. Passarono le settimane e tutto era quasi pronto per l’inaugurazione. Mi fecero ordinare un rinfresco presso la nota Pasticceria Pazzaglia, all’inzio di Corso Tacito, e per l’occasione comprai un indimenticabile maglione blu della Paul&Shart, ovviamente abbinati a pantaloni e scarpe nuove di zecca. I nuovi finanziamenti sarebbero arrivati a Paese Sera, rimasto “orfano” del PCI, ormai da tempo, con Enrico Berlinguer, promotore del cosiddetto eurocomunismo, dal regime russo dell’epoca, rimasto sulle posizioni leniniste, tanto che la linea del giornale era palesemente filosovietica.Ma accadde che, improvvisamente, arrivò un contrordine: niente più apertura dell’edizione della notte, niente più ripristino delle pagine locali in Umbria. Io non seppi mai il perché. Anzi, si verificò, poco dopo, nella primavera del 1983, il crollo totale dell’edizione umbra.
Diverse volte mi recai a Roma per degli incontri, ma la situazione pian piano precipitò, e mentre per alcuni colleghi umbri vi fu la Cassa Integrazione, a me il 3 aprile del 1983 arrivò la lettera di licenziamento. Avevo un contratto da corrispondente, nonostante fossi professionista e così mi rivolsi all’avvocato Massimo Franceschelli, uno dei massimi esperti in Italia nelle cause giornalistiche e feci vertenza all’azienda.
Un paio di volte mi recai nello studio di Franceschelli, a Pescara, e dopo qualche mese ci fu una transazione, nel tribunale di Terni. L’azienda, rappresentata da Remia, mi dette un tot che non ricordo e la cosa finì lì. Era un pomeriggio piovoso del mese di maggio dello stesso anno quando suonò al campanello della casa di mio padre e mia madre l’ex collega e amico, di Paese Sera, Mario Sotgiu, il quale mi disse che stavano per aprire un nuovo giornale a Terni e che l’ex capo servizio della pagina locale del “Tempo”, Alberto Bellavigna, voleva parlarmi. Gli telefonai e prendemmo un appuntamento. Ci incontrammo al Caffè “Rendez Vu”…, in piazza San Francesco a Terni.
Mi disse che un nuovo improvvisato editore, imprenditore di Gubbio che aveva una televisione privata, RTE, stava per aprire un nuovo giornale locale, Il Corriere dell’Umbria, che all’inizio sarebbe stata dura, perché si trattava di una cooperativa, ma che se la cosa avesse funzionato vi sarebbero state buone possibilità per me; in effetti, sulla piazza c’erano quotidiani nazionali con pagine locali, ma non un vero e proprio quotidiano locale.
Ci pensai un po’, ma, naturalmente, essendo disoccupato e con una figlia appena nata, accettai. La prima sede ternana del Corriere era all’ultimo piano di un antico palazzo di Viale Mazzini. Così cominciò una nuova avventura. Da poco tempo erano state introdotte in alcuni giornali le cosiddette nuove tecnologie e gli articoli ora si scrivevano sul computer, non più a macchina. Mi ritrovai con alcuni ex colleghi part-time di Paese Sera.
La relazione con Bellavigna risultò fin dai primi tempi molto problematica. Non ci si prendeva su niente. Ma era lui, il responsabile della redazione. Molto spesso si finiva con il litigare, e sempre era un braccio di ferro, su tutte le cose. Alla fine fui convocato dal direttore, che, all’epoca, era Giulio Mastroianni, socialista, un ex del nucleo fondatore de La Repubblica, che aveva come braccio destro Paolo Farneti che veniva da Avvenire, ma di cattolico nulla.
A quel tempo guadagnavo 500 mila lire al mese; poi, quando venni contrattualizzato, il mio primo stipendio da redattore ordinario era di 250 mila lire al mese. Mastroianni mi indirizzò dall’amministratore dell’epoca, tale Minciaroni, il quale mi disse che se volevo mantenere il posto di lavoro dovevo trasferirmi a Perugia, nella sede centrale, che si trovava in uno scantinato alla periferia della città del Grifo…
Nel 1983 avevo 30 anni. Né tanti, né pochi, ma tutto quello che trovai per far tornare un po’ i conti fu una cameretta e bagno, senza uso di cucina, in una antica abitazione nel centro storico di Perugia, presso una famiglia che già affittava agli studenti. Erano lontani anche i tempi dell’impegno politico.
Ormai da alcuni anni, a parte l’interesse, sempre vivamente mantenuto, della musica, facevo solo il giornalista (diverse volte ero andato a Roma per acquistare dischi rari, soprattutto dei Beatles).
Lasciate le valigie in questa cameretta, che poi tanto “etta” non era, in quanto c’entrava almeno un altro letto, lungo la discesa che porta all’Università per stranieri (lì era l’ingresso di questa abitazione), raggiunsi il ristorante Dino che poi diventò uno dei due locali che maggiormente frequentai nel corso degli anni successivi, insieme al Mon Amì. A pranzo invece per un certo periodo, a parte qualche puntata alla Rosetta, avevo individuato una trattoriola.
Quella sera, da Dino, comunque, ordinai: vino rosso, primo abbondante, bistecca e amaro. Doppio. La mattina dopo iniziò il calvario al Corriere dell’Umbria. I locali erano adiacenti a quelli di RTE TV; non c’erano finestre; solo luce artificiale. Caldissimi d’estate, gelidi d’inverno. Feci amicizia dapprima con Mino ed Enzo, poi, successivamente, con Mauro. Spesso il direttore o vice-direttore organizzavano un intrattenimento nelle loro case, sempre di notte, e invitavano tutti quelli della redazione.
A casa tornavo quando avevo la “corta”, il giorno libero, mai prima di due o tre mesi dal trasferimento. Per guadagnare tempo, anche d’inverno partivo di sera, i primi tempi, con il freddo e la nebbia. Successivamente, molto spesso per un motivo o per un altro, rinunciavo anche a tornare e passavano le settimane. Piu’ di un anno, se non due, trascorsero così. Ovviamente avevo aumentato anche il numero delle sigarette, soprattutto negli orari di punta. Ero tornato alle Multifilter. I ritmi di vita erano ritmicamente sregolati e densi di vizi. Oltre che di lavoro.
Fu intorno al 1987 che entrai in piena attività sindacale. Fu formato il primo Comitato di redazione, formato da tre professionisti. L’anomalia stava nel fatto che la maggior parte degli altri redattori erano tutti praticanti e che, nei primi anni di vita del Corriere, anche i capi servizio erano praticanti, ma era un’azienda che nasceva.
L’attività sindacale cominciò a coinvolgermi ancora di più quando l’editore aprì altre testate, in particolare, all’epoca, in Toscana; così facevo spesso viaggi a Roma, per riunioni alla Federazione Nazionale della Stampa o degli Editori. Ad un certo punto fui convocato a Perugia, sede centrale del quotidiano era il 1983 avevo 30 anni. Se volevo fare passi avanti nella carriera dovevo trasferirmi nella sede centrale. Trovai per far tornare un po’ i conti fu una cameretta senza uso di cucina e bagno, in una antica abitazione nel centro storico di Perugia, presso una famiglia che già affittava agli studenti. Duecentocinquanta mila lire al mese. Erano ormai lontani i tempi della vita spensierata o dell’impegno politico, ormai da alcuni anni, a parte l’interesse sempre vivamente mantenuto, della musica, facevo solo il giornalista, (diverse volte ero andato a Roma per acquistare dischi rari, soprattutto dei Beatles). Lasciate le valigie, in quella cameretta, che poi tanto “etta” non era in quanto almeno c’entrava un altro letto, lungo la discesa che porta all’Università per stranieri (lì era l’ingresso di questa abitazione), raggiunsi il ristorante Dino che poi diventò uno dei due locali che maggiormente frequentai nel corso degli anni successivi, insieme al Mon Amì. A pranzo invece per un certo periodo, a parte qualche puntata alla Rosetta, avevo individuato in una trattoriola. Quella sera, da Dino, comunque, ordinai: Vino rosso: primo abbondante, bistecca, amaro. Doppio. La mattina dopo iniziò il calvario al Corriere dell’Umbria. I locali erano adiacenti a quelli di RTE TV, non c’erano finestre, luce artificiale. Caldissimo d’estate, gelido d’inverno. C’era una specie di capo redattore, siciliano, un pò anzianotto, di cui ricordo solo il nome, Salvatore (???? Controllare), il quale mi disse subito che da quel momento in poi la mia vita doveva svolgersi in funzione del giornale e che il giornale doveva essere tutto per me. Questa era la dottrina di quel quotidiano all’epoca, che poi era la dottrina di tutti i giornali. Non so oggi. Forse ancora oggi è così. Le nuove tecnologie le sapevo usare poco e stentai ad inserirmi negli stage che facevano all’epoca, perché non volevo staccarmi dal concetto di macchina da scrivere. Il morale era a pezzi: confusione, smarrimento…..dolore…Direttore e vicedirettore ingurgitavano ogni giorno e notte quantitativi industriali di wisky. La bottiglia del Ballantines era sempre sul tavolo. Di lì a poco, tenuto conto che il mio tasso alcolico è stato sempre…stranamente alto…li segui a ruota. Mi capitò un “capo servizio” che non era neanche giornalista. Il giornale a quell’epoca non era sindacalizzato e il comitato di redazione seguiva solo le indicazioni del direttore, naturalmente filoaziendalista. Praticamente, anche per le tecnologie poco avanzate, i primi tempi si lavorava tutto il giorno: io ero stato destinato al settore più impegnativo per un giornale locale: I Comprensori. C’era uno strano metodo per misurare i pezzi: si prendeva un apparecchietto di cui non ricordo il nome, si contavo righe e battute e il risultato in sostanza mi sembra che portasse quanto dovesse sviluppare realmente una volta stampato. Iniziò così una vita fatta di uno stress indescrivibile. L’alimentazione cominciò ad essere sballata, insieme agli orari e ai ritmi di vita. A parte quelli della cronaca l’80 per cento del lavoro consisteva nel confezionare i pezzi che inviavano i più “caratteristici” corrispondenti sparsi in tutta la regione, dalle principali località a quelle più piccole. La carta vincente doveva essere proprio quella dell’offrire agli umbri il più ampio panorama possibile di notizie, fatti, eventi e quindi la copertura del territorio era fondamentale. I capi cominciarono così a fare la guerra ai colossi storici dell’epoca: Nazione e Messaggero. La mattina arrivano in redazione intorno alle 11.30. 12. Alle 14 andavo a pranzo con alcuni colleghi, in un posto a pochi chilometri, una casa di riposo per anziani che faceva da ristorante. Il lavoro vero e proprio iniziava intorno alle 16. le pagine si chiudevano man mano fino alle 23.30. A quell’ora in diversi si partiva con le macchine per uno dei ristoranti nel centro storico: Dino o più in basso, fuori dalle mura: Mon Amì. Nel corso del tempo frequentai spesso anche una spaghetteria, in uno dei vicoli laterali di Corso Vannucci. Le cene erano lunghe e ricche di cibi succulenti, anche per allentare la morsa dello stress e di qualcosa dentro me che misteriosamente, con me inconsapevole, avidamente chiedeva, chiedeva, chiedeva….Alle dosi abbondanti di alcool ingurgitate nel corso della giornata, si sommavano quelle della notte. Non andavo mai a dormire prima delle 2 del mattino, se non andavo anche da qualche altra parte.
Feci amicizia dapprima con Mino ed Enzo, poi, successivamente con Mauro. Spesso il direttore o vice-direttore organizzavano un intrattenimento nelle loro case, sempre di notte, e invitavano tutti quelli della redazione. A casa tornavo quando avevo la “corta”, il giorno libero, mai prima di due o tre mesi dal trasferimento. Per guadagnare tempo, anche d’inverno partivo di sera, i primi tempi, con il freddo e la nebbia. Successivamente, molto spesso per un motivo o per un altro, rinunciavo anche a tornare e passavano le settimane. Piu’ di un anno, se non due, trascorsero così. Ovviamente avevo aumentato anche il numero delle sigarette, soprattutto negli orari di punta. Ero tornato alle Multifilter. Il ritmi di vita erano ritmicamente sregolati e densi di vizio. Oltre che di lavoro. Fu intorno al 1987 che entrai in piena attività sindacale. Fu formato il primo Comitato di redazione, formato da tre professionisti, l’anomalia stava nel fatto che la maggior parte degli altri redattori erano tutti praticanti e che, nei primi anni di vita Del Corriere, anche i capi servizio erano praticanti, ma era un’azienda che nasceva. L’attività sindacale cominciò a coinvolgermi ancora di più quando l’editore aprì altre testate, in particolare, all’epoca, in Toscana, così facevo spesso viaggi a Roma, per riunioni alla Federazione Nazionale della Stampa o degli Editori.
Nella casa della famiglia perugina dove pagavo 250 mila lire al mese per un posto letto, un giorno mi dissero che avrei dovuto condividere la camera con uno studente universitario. E così fu per un certo periodo di tempo, ma i suoi orari cozzavano con i miei e i miei con i suoi, dunque chiesi alla padrona di casa di spostarmi in un’altra stanza: finii proprio sopra l’arco di via Bartolo, dove era appesa questa cameretta in quell’antico fabbricato, senza bagno e senza uso di cucina. Nel frattempo avevo fatto amicizia con Enzo e durante una delle interminabili discussioni notturne sui massimi e sui minimi sistemi e, naturalmente sulla vicissitudini del “giornale”, decidemmo di prendere insieme un appartamentino in affitto, e poi Mauro, Enzo, Mino, Diego. Andai avanti così per mesi, mentre nel frattempo tra una ristrutturazione aziendale e l’altra, ero diventato caposervizio al settore Comprensori, poi capocronaca, ovviamente con un altro direttore: Sergio Benincasa, ex collaboratore del ministro Gasparri, ovviamente avendo appoggiato, on una “cordata” la sua elezione, in vece del contendente “Paolo Farneti”. Ma di lì a poco l’editore fece un accordo con il costruttore anconetano Edoardo Longarini il quale oltre a costruire “incompiute” dette vita ad una catena di giornali, nelle Marche,a cominciare da Rimini, chiamate “Gazzette”. In redazione ci fu un subbuglio perché, per quelli rimasti fuori da certe competizioni, e a bocca asciutta, in quanto ad incarichi, eccetera, si aprivano nuove possibilità. Fu così per Ettore il quale, tra i primi, diventò capo servizio alla Gazzetta di Rimini, Michele a quella di Pesaro. Paolo Farneti fu il direttore di tutte le Gazzette. Stava per aprire la Gazzetta di Macerata, e Mosca mi disse: “Se vuoi puoi andare lì, è la prossima che apre”. “Quando”? Chiesi io, “A maggio”. Rispose. Farneti mi aveva promesso l’incarico di capo servizio: di fatto responsabile della redazione. Cosa lasciavo? Perugia, corso Vannucci, le nottatacce, fatte di interminabili discussioni e vu parlè, altre robe, i ristoranti “Dino” e il “Mon Amì”, Mino, Enzo, Diego: gli amici più cari del Corriere, l’appartamento di Ponte Doddi e la sua bellissima visuale su una grande vallata, una vacanza all’insegna della pioggia nel mese di giugno a Principina (nei pressi di Castiglion della Pescaia), in una grande villa immersa in un parco di pini, presa a metà, con il collega Ettore. Lasciavo anche due recital di mie canzoni e di altri, perché ho sempre continuato a coltivare il forte interesse per la musica, avevo scritto alcuni testi, avevo fatto fare qualche base musicale. Qualcosa accompagnavo con la chitarra. Due recital in particolare: uno a Sperlonga, località molto caratteristica vicino a Gaeta, luogo che ripresi a frequentare d’estate con la figliola piccola, almeno un paio di volte, per poi tornare “da grande” a Riccione: “Argonauti” che fu replicato a Santa Maria degli Angeli di Assisi.
Lasciavo i nuovi squilibri alimentari che mi avevano portato a nuovi rovinosi ingrassamenti, combattuti con poche diete e molti farmaci.
Per un mese mi mandarono ad acquisire le tecnologie dell’altra testata a Pesaro dove era diventato caposervizio l’amico Michele Romano, mentre Ettore dirigeva redazione di Rimini. Al tiepido sole di quel maggio, del 1989, all’età di 36 anni, stava per aprirsi un’altra stagione, una nuova incredibile stagione.
Si rifanno le valigie e si parte alla volta di Ancona, per tutto il periodo dello stage per acquisire la professionalità di poligrafica e perché io potessi iniziare a tessere le fila della nuova redazione di Macerata, insieme ad altri giovani colleghi, alloggiammo in una camera in un vecchio Hotel, stile anni sessanta nei pressi della stazione di Ancona. Mia figlia restò con mio padre e mia madre.
Al termine di lunghe settimane raggiungemmo la destinazione, anche a Macerata, ci attendeva per i primi tempi una camera d’albergo e la prima volta che arrivai alle pendici della collinetta, mi vennero in mente le parole della famosa canzone di Jimmy Fontana (al secolo Enrico Sbriccoli), che dedicò a Camerino, sua città natale, non molto lontano: “Paese mio che stai sulla collina, disteso come un vecchio addormentato, la noia, l’abbandono, il niente son la tua malattia, paese ti lascio e vado via…” Io invece arrivano e il luogo era come lo descriveva Sbricioli. Ma nella mia mente risuonavano solo le parole del vecchio Salvatore: “La tua vita è il giornale, tu devi vivere per il giornale…”. Inoltre ero proprio convinto che se da una parte acquisivo maggiore potere, dirigendo di fatto un giornale (in realtà la testata era firmata da un unico direttore che però era ad Ancona),, dall’altra avrei probabilmente fatto, eccetto i primi periodi, una via meno stressante, perché in fondo Macerata era un paesino tranquillo. Ma le pagine da fare erano tante: diversi redattori, moltissimi corrispondenti, parecchi collaboratori, e di fatto ricominciò la stessa vita di prima, di Perugia, anzi, con maggiori responsabilità, stress e via dicendo. Per due anni e mezzo, poi dopo essermi occupato per un anno della rivista del Comune di Macerata, e per sei mesi all’Enciclopedia Britannica, un giorno arrivò una telefonata assolutamente inaspettata: un anziano leader di Paese Sera, Carlo Pucciarelli, poi passato al Gruppo La Repubblica-Espresso, mi disse che voleva incontrarmi per parlarmi di un nuovo progetto editoriale al quale io potevo essere interessato e viceversa. Lo raggiunsi due giorni dopo in un albergo di Ancona, dove mi illustrò brevemente la cosa: se avessi superato un colloquio preliminare con il direttore del quotidiano IL Centro di Pescara, sarei potuto andare a Roma per seguire un corso di aggiornamento al Gruppo Espresso. Così fu, Al “Il Centro” di Pescare superai il test e per una quindicina di giorni soggiornai a Roma per l’aggiornamento. Quindi fu destinato alla redazione di Avezzano, nei pressi di Roma, per un mese circa. Siamo nel 1995 e a settembre aprì l’edizione marchigiana d “IL Centro”, un esperimento editoriale con nuovi metodi di impaginazione, ma anche di fare cronaca. La redazione di Macerata era un monolocale dove lavoravo con un giovane collega, Andrea, dopo non si respirava, un po’ per i gas di scarico delle auto che passavano lungo le mura cittadine, dove dava l’unica finestrella del locale, un po’ per la solita abbondanza di sigarette fumate da entrambi. Gli orarari erano stressanti ed eravamo una specie di uomini-macchina, tra computer, fax, scanner. Il giorno di “corta” quello che rimaneva doveva lavorare per due. C’era qualche collaboratore esterno, ma il grosso lo facevamo noi. L’esperienza duro’ un paio d’anni, poi si avvio’ una sperimentazione nella zona dell’ascolano. La Nuova Fermo.
Un’altra volta, fui costretto a rifare le valigie e a trasferirmi. Avevo preso in affitto insieme ad un collega, Andrea Fraboni, un appartamento molto antico nel centro storico. La mia vita era, diventata a parte gli orari di lavoro, abbastanza tranquilla. Quando chiudevano le nostre pagine, intorno alle 22, 22-30 a volte anche prima, andavo a casa. A novembre del 1997, l’esperienza si concluse, non prima di una vicenda incredibile: nel mese di settembre i giornalisti di mezzo mondo erano a caccia del testamento dello stilista Gianni Versace, ucciso a Miami, nel mesi di luglio. Nessuno sapeva che Santo aveva depositato il testamento presso uno studio notarile di Milano. Lasciava tutto alla nipote e un “favoloso” sussidio mensile al suo “amante”. All’epoca lavoravocome redattore alla Nuova Fermo, quotidiano locale del Gruppo La Repubbca-Espresso. Venni a conoscenza del nome dell’Ufficio notarile milanese che lo custodiva. Mi misi in contatto con il professionista e pochi giorni dopo, pagati i diritti di segreteria (i testamenti sono documenti pubblici), il testamento di Gianni Versace era sulla mia scrivania Una telefonata ai capi redattori di stanza ad Ascoli, poi tutto andò alla decisione del direttore dell’epoca, della Nuova Fermo, E. P., Per il Gruppo Espresso sarebbe stato un scoop mondiale, invece il “dir” preso dalla frenesia del momento passò la notizia al comune amico Lamberto Sposini, all’epoca direttore del Tg 5 che la spara nell’edizione della sera. Il giorno dopo il servizio escì sui quotidiani del Gruppo spresso, ma la frittata, ormai era fatta.

Video:

Rai 3, Lucarelli racconta: “Giornalisti nel mirino”

httpv://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#day=2012-09-16&ch=3&v=146885&vd=2012-09-16&vc=3

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