UNIVERSITA’ A TERNI: SOPRAVVIVENZA ZERO. PERCHE’ NON COMINCIANO A TAGLIARE I BARONI DELL’ATENEO PERUGINO?

20 dicembre 2009
By

baroni universita 249x249 UNIVERSITA A TERNI: SOPRAVVIVENZA ZERO. PERCHE NON COMINCIANO A TAGLIARE I BARONI DELLATENEO PERUGINO? 

 Cominciamo a dire addio al polo universitario ternano. I giorni scorsi si diceva che il passaggio da un milione e 900 mila euro a soli 200 mila euro era un intollerabile schiaffo. Bene, cioè scandalosamente male, il consiglio di amministrazione dell’Università di Perugia venerdì ha approvato all’unanimità il bilancio di previsione e alla voce Polo didattico delle Provincia di Terni c’è scritto 60 mila euro. Si elimineranno sicuramente i corsi già sgarrupati di Mediazione linguistica e quello di Produzione cinematografica (il cosiddetto Dams di Maratta). Gli altri dovranno navigare a vista, in mezzo al consueto rimpallo di responsabilità tra Comune e Provincia di Terni, da una parte, e Regione e Università di Perugia dall’altra. Naturalmente c’è stata la levata di scudi dei politici ed amministratori ternani, da Raffaele Nevi, consigliere regionale del Pdl, a Feliciano Polli, che parla di «una cifra inaccettabile» e si chiede «A questo punto siamo sicuri che l’Ateneo rivedrà il bilancio e di conseguenza le risorse per il polo di Terni?». Leopoldo Di Girolamo, sindaco di Terni e presidente del Consorzio universitario, parla di «una politica espansionistica dell’università di Perugia – e annuncia - palazzo Spada per il bene dell’Università si muoverà in due direzioni: l’accorpamento delle sedi e i tagli alle spese. Razionalizzare la spesa delle sei sedi è inevitabile ed inoltre taglieremo la spesa in alcuni settori pur di mantenere l’università a Terni». Resterebbe poi da seguire la “ricetta Melasecche”, un percorso da tempo di guerra, ma alla fin fine percorribile. Il rettore Francesco Bistoni, a sua volta, se la prende con il governo e il ministro Gelmini, che sono in effetti i maggiori artefici della demolizione della scuola e dell’università italiana. Tuttavia non è questione di centro-destra o centro-sinistra. In primo luogo per la debolissima opposizione alle scelte del governo, ma soprattutto per la sostanziale condivisione della logica che sottende gli ultimi tagli: considerare la scuola e l’università, la conoscenza e la ricerca come peso e spesa, invece che come investimento e volano per un nuovo sviluppo. Ma perché non si comincia a tagliare con i baroni dell’Università che affollano l’ateneo perugino? I governi Prodi hanno perseguito anche loro il progetto di privatizzazione e il principio dell’autonomia, sommamente ambiguo, in quanto può significare cose diametralmente opposte a seconda delle risorse economiche investite. E’ uno dei principi cardine delle politiche neoliberiste, applicato ormai in tutta Europa, ma in tutta Europa duramente osteggiato da insegnanti e studenti, consapevoli che in soldoni significa attacco alla possibilità di mantenere luoghi di ricerca e didattica liberi, con docenti sempre più precarizzati, ricattati e mortificati sul piano retributivo e normativo, distruzione dell’autonomia (paradossalmente) e ruolo dei ricercatori, sulla cui dedizione si è poggiata negli ultimi anni la possibilità di funzionamento di gran parte della didattica, aumento delle già salate tasse di iscrizione, aggressione ai diritti contrattuali del personale tecnico ed amministrativo. Insomma un’università ingessata, senza soldi per assumere, meno efficiente ed incapace di assorbire i giovani. Si capì che tirava una brutta aria già con il Contratto Collettivo Nazionale dei Lavoratori del Comparto Scuola, approvato durante il primo governo Prodi, per il quadriennio 1998/2001, che introduceva formule magniloquenti come “Piano dell’Offerta Formativa” (P.O.F.), “Funzioni Strumentali” (FF.SS. – che non significa Ferrovie dello Stato, anche loro ormai in rovina), o “Funzioni-obiettivo”, appunto in relazione al P.O.F, e molti importanti passaggi normativi. Le trasformazioni introdotte hanno segnato un vero e proprio spartiacque storico e antropologico-culturale nel mondo della scuola italiana, avviando, incentivando e legittimando un processo di mercificazione dell’istruzione, in virtù del quale ogni istituzione scolastica, nella sua “autonomia”, decide di mettersi in mostra alla stregua di una ditta di formaggi, di una società finanziaria o di un’agenzia di viaggi che espone e promuove le proprie offerte ai clienti. Attenzione, questo processo di mercificazione di un bene comune e prezioso quale il sapere (o la cultura) in effetti era già in atto da tempo, ma con il CCNL del 1998 è stato praticamente “legalizzato”, ovvero sancito per legge. E i sinistri e rifondaroli che oggi strillano apposero serenamente la propria firma. Infine è arrivata Mariastella Gelmini, per la quale i tagli sono inevitabili, ma non inciderebbero in maniera così catastrofica sul mondo universitario (“le università, come il resto dello Stato, dovranno spendere meno, ma potranno spendere meglio”). I tagli sarebbero stabiliti in base ad appositi indicatori di merito, per premiare gli atenei migliori, mentre, ciliegina sulla torta, la possibilità degli atenei di trasformarsi in Fondazioni, “dotandosi di regolamenti per l’amministrazione più moderni e flessibili, in grado di garantire il massimo della trasparenza nella gestione e nelle scelte di investimento e trovando facilitazioni nella raccolta di contributi e donazioni da parte dei privati”, contribuirebbe significativamente a “portare l’Università ad essere in futuro internazionale, eccellente, meritocratica e trasparente”. Tutti comprendono che si tratta soltanto di fuffa, mentre la verità pratica è sotto gli occhi di tutti. Dicevamo sopra di corresponsabilità del centro-destra e del centro-sinistra. Bene, un politico indubitabilmente di destra come Sarkozy solo pochi giorni fa ha dichiarato che il piano anticrisi di 35 miliardi destinerà un terzo delle risorse all’educazione e alla ricerca, consapevole che questa è la strada per fare della Francia un paese «più forte e competitivo». La classe politica e, bisogna dire, anche gran parte del mondo imprenditoriale italiano considerano invece la conoscenza un’uscita di spesa pubblica e si apprestano a giocare la partita del superamento della crisi sull’abituale e logoro terreno della compressione dei salari e dell’estrema flessibilizzazione del lavoro, della produzione manifatturiera in settori più che maturi e in concorrenza con le più modeste tra le economie crescenti, per giunta con il 95% di imprese che hanno un numero di addetti compreso da uno a nove. La strada più sicura per cessare di essere un paese industrialmente rilevante, ma uno stato depresso, in lento e silenzioso declino, che si appresta senza troppe preoccupazioni a regredire magari al quindicesimo posto su scala planetaria.

                                                                                        Enrico Cardinali

Tags:

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Cerca nel sito

Il Fatto

Dall'Italia

ANNUNCI

GIORNALI

Interviste Radiofoniche

Link turistici

Ristoranti

Romanzi

  • LA FOGLIA GRIGIA di Alessandro Cannevale – Intervista all’autore- Ed. Einaudi